Evoluzione e rivoluzione delle forme di governo – come le migrazioni hanno influenzato le istituzioni e gli elementi culturali dei popoli.

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0 – Le contaminazioni etniche e culturali sono state lo strumento della caduta dell’Impero Romano d’Occidente?
Nella narrazione accademica di base, l’Impero Romano d’Occidente, cadde a causa di un’orda barbarica proveniente da nord ed est Europa che ruppe i confini, sconfisse l’esercito più potente al mondo ed arrivò a Roma per prenderne il controllo. È sufficiente rievocare una superficiale memoria storica riferente al periodo dell’espansione di Roma per intuire come quanto sopra sia fallace dal punto di vista militare: Roma si espande, conquista e soggioga a se tribù di ogni genesi e luoghi per poi, essere sopraffatta dai resti delle stesse comunità extra-romane, nonostante le stesse siano state integrate nel mondo della Roma che costituì sin dai primi contatti, il vero faro della cultura a 360°: dei sette Re, tre furono di origine barbarica, ergo, l’osmosi culturale, sociale ed economica portò a pieno compimento, l’accettazione dei popoli di etnia nord-europea.
Le reali cause della caduta dell’Impero vanno ricercate in ambiti differenti, di cui, l’aspetto militare dell’invasione è conseguenza, rappresentando la stoccata finale in merito a decisioni politico-amministrative precedenti. La discriminante è servita: quali sono state le cause interne della caduta dell’Impero romano, genesi della causa esterna (l’invasione militare)?
L’impero Romano era riuscito a mettere insieme tanti popoli con lingue e tradizioni diverse, sotto un’unica forma di governo, evoluta sotto ogni punto di vista, sociale, giuridico, economico, culturale. Per far questo aveva costruito 80000 km di strade, con ponti, acquedotti, fognature, cisterne, porti, tribunali, ninfei, stadi, archi, mura e porte, basiliche, anfiteatri e teatri, terme, bagni pubblici e templi. Allora perché fra il IV e il V sec. d.c., la più grande civiltà che il mondo abbia mai conosciuto comincia a crollare su se stessa?
L’attuale alfabeto europeo, come il suo calendario, le sue lingue, e come l’architettura, la pittura, l’ingegneria, la letteratura derivano da quelli romani, nonchè il principio della giustizia secondo cui “ciascuno è innocente se non a prova contraria” con il suo codice di diritto pubblico e privato e le sue leggi. Roma disponeva di una formidabile forza militare, efficiente e unica al mondo, aveva una enorme ricchezza economica basata sui fiorenti commerci per terra e per mare, godeva di un territorio immenso, che si estendeva dal Vallo di Adriano ai confini con la Scozia fino all’Eufrate, dall’Africa settentrionale al Reno e al Danubio; era una macchina perfetta con un diritto scritto che fu faro di civiltà da cui ha attinto tutto il mondo più evoluto, con una rete capillare di strade e di fortezze, di postali veloci, di ricche e bellissime città con una organizzazione amministrativa ancora insuperata.
Al suo apice, cioè agli inizi del II secolo, l’impero romano aveva 130 milioni di persone dislocati su 3 milioni ottocentomila Kmq. Cosa l’ha fatto cadere in modo così disastroso per cui ci vorrà almeno un millennio per riprendersi almeno in parte?
Al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila, una strage. Di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n’era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli dandogli la cittadinanza romana oltre ai soldi, affinchè difendessero le frontiere dello stato; ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando vettovagliamenti e merci in quantità.
Roma soffriva di un calo demografico dovuto non solo alle guerre ed alle carestie, ma anche alle epidemie che si diffondevano molto velocemente e causavano numerose vittime. Il contatto con popoli molto meno attenti a pulizia ed igiene diffuse la peste.
La peste antonina (165-180), nota anche come peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata un’antica pandemia di vaiolo o morbillo, se non di tifo, riportate in patria dalle truppe di ritorno dalle campagne militari contro i Parti. L’epidemia nel 169 causò la morte Lucio Vero, co-reggente con Marco Aurelio il cui patronimico, Antoninus, diede il nome all’epidemia; essa scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico Cassio Dione, la cosiddetta Peste di Cipriano, probabilmente un’epidemia di morbillo o ancora di vaiolo, che imperversò in tutto l’impero fra il 251 e il 270, fu un altro colpo alla struttura amministrativa che lo stato romano cercava di dare a un mondo euro-mediterraneo sempre più vasto: causò fino a 2.000 morti al giorno a Roma, un quarto degli infettati. La peste imperverserà nell’impero per quasi 30 anni, facendo secondo le stime tra i 5 e i 30 milioni di morti. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l’esercito romano.
La crisi e la fuga dalle città, che venivano sempre più spesso saccheggiate dai barbari, ma anche per le malattie infettive per le disastrose condizioni igieniche, furono dovute molto al taglio degli acquedotti e dalla chiusura delle terme che resero le persone e il territorio sporco e antigienico favorendo malattie ed epidemie.
Il calo demografico portò alla crisi economico-produttiva delle campagne, dovuta alla carenza di persone, al crollo dei traffici commerciali, all’inflazione incontrollata con un ritorno al baratto; gli schiavi che un tempo lavoravano la terra erano diventati liberi e non erano stati sostituiti da altri schiavi; la ricchezza di Roma attirava grandi traffici di importazione ed esportazione, i romani importavano grandi quantità di frumento, di olio, di carne, di stoffe di cotone, di legno, di stoffe di seta, di argento, di stagno e di marmo ed esportavano vino, oggetti d’argilla, oggetti di vetro, oggetti di argenteria, stoffe di lana, cosmetici, gioielli. Col crollo dei limes il commercio diminuì notevolmente togliendo dal mondo del lavoro commercianti ed artigiani.
A fronte di una carenza di fondi statali, Diocleziano, operò una riforma fiscale senza precedenti in tutto il mondo Romano, centralizzando il fisco e imponendo due tipi di tasse, una sulla proprietà fondiaria, l’altra sul reddito. Lo stato esigeva le tasse perché doveva pagare l’elefantiaca amministrazione, ma soprattutto doveva mantenere gli eserciti; l’Imperatorenon comprese che questo sistema di esazione fiscale ben presto avrebbe bloccato l’economia. Nel IV secolo l’inflazione divenne un problema incontrollabile, l’imperatore tentò di rivalutare il denaro ma inutilmente.
Il pesante aggravio economico che l’aumentata dimensione dell’esercito comportava affaticò gravemente la capacità produttiva dell’Impero con la conseguenza di provocare una serie di debolezze. A qualcuno potrebbe sembrare un’esagerazione dire che le risorse di regioni così vaste come quelle che costituivano l’Impero romano potessero essere affaticate eccessivamente dalla necessità di rifornimenti alimentari, di vestiario e di armamento di 300 000 uomini in più; ma non dobbiamo dimenticare che tecnologicamente l’Impero era più addietro anche dell’Europa medievale: con i primitivi sistemi di agricoltura, di produzione industriale e di trasporti che allora si usavano, erano necessarie molte più ore lavorative di quanto non sia oggi, per produrre i viveri per le razioni, tessere la stoffa per le uniformi, forgiare e rifinire le armi e le armature, e trasportare tutto questo materiale con chiatte o carri nelle zone di confine.
Per far questo le tasse dovettero essere aumentate di molto, e per stabilire gli imponibili e raccogliere le nuove tasse, l’apparato amministrativo dovette anch’esso allargarsi, ciò che, di nuovo, significava un altro aumento nel peso della tassazione: il pesante aggravio prodotto dalle tasse fu probabilmente la causa prima della decadenza economica dell’Impero. Un’altra causa fu l’aumento della popolazione improduttiva in proporzione al numero delle persone produttive: i senatori con le famiglie e lo stuolo di servitori, i decurioni, gli impiegati dell’amministrazione pubblica, gli avvocati, i soldati, i cittadini delle capitali. Il peso in tasse e in affitti che di conseguenza fu scaricato sulle spalle dei coltivatori risultò troppo gravoso e la popolazione agricola lentamente si ridusse di numero.”.
La perdita di coesione sociale, dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano; il popolo non aveva più ne soldi ne voce, ormai simili agli squilibrati popoli orientali. Il diritto era un bel ricordo e così i plebei con i loro tribuni che garantivano i loro diritti; la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti; sfiducia nel potere centrale, corruzione, odio e sfruttamento.
L’incapacità del potere centrale di contrastare le acclamazioni degli imperatori da parte degli eserciti, era dovuta alla debolezza del senato, a sua volta accresciuta da un’insicurezza sociale diffusa, mancanza di lavoro, inflazione, paura del futuro.
La Moneta d’Argento più utilizzata durante i primi 220 anni dell’Impero era il denarius, una moneta delle dimensioni dei 10 centesimi di Euro, che valeva la paga di un giorno di un artigiano o di un soldato. All’inizio dell’Impero il denarius conteneva 4,5 grammi di argento puro: per finanziare le guerre, costruire strade, terme, palazzi e circhi gli imperatori dovettero diminuire la purezza del conio mantenendo lo stesso valore nominale. Con meno argento si poteva coniare un maggior numero di monete e quindi spendere di più. Così ai tempi di Marco Aurelio, il denarius era composto da solo il 75% di argento.
Naturalmente si creò così un’inflazione, la merce costò più cara e i soldati chiesero salari più alti, infatti Caracalla dovette aumentare la paga dei soldati del 50% nel 210 d.c.. Nel 265 d.c., quando nel denario c’era solo lo 0,5% di argento, i prezzi erano alle stelle in tutto l’Impero Romano e solo i mercenari barbari venivano pagati in oro. Inflazione, tasse altissime e denaro senza valore bloccarono gran parte degli scambi commerciali dei Romani.
Alla fine del III secolo, gli scambi commerciali erano soprattutto a livello locale, il commercio per mare diminuì drasticamente. Tra gli anni 235 e 284 d.c. regnarono più di 50 imperatori, molti dei quali vennero uccisi, assassinati o perirono durante le battaglie.
E vennero le invasioni dei barbari.
L’Impero già prima del 476 si presentava rispetto ai secoli precedenti molto meno romanizzato e sempre più di impronta germanica, soprattutto nell’esercito, l’asse portante del potere imperiale. Goti, Unni, Franchi e altri popoli barbarici costituivano l’esercito che combatteva per la salvezza e la gloria di Roma ma la pax romana, senza bisogno di guerre ulteriori, richiedeva la presenza di forti e numerosi eserciti. Il reclutamento dei soldati gravava sull’agricoltura, perché sottraeva braccia al lavoro nei campi; le spese per arruolare e mantenere i soldati erano molto elevate; per fare fronte alle spese era necessario aggravare la tassazione; il peso delle tasse provocava il malcontento della popolazione. I difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione. Come in una dittatura chi assicurava il potere al dominatore era l’esercito, e come in ogni dittatura l’esercito doveva essere pagato profumatamente, visto che era pronto ad asservirsi a chi l’avrebbe pagato di più.
Le regole generali di arruolamento nell’esercito prevedevano che i soldati fossero procurati, parallelamente all’esazione di altre imposte, dai proprietari fondiari, grandi e piccoli, questi ultimi raggruppati in modo che l’obbligo di dare una o più reclute pesasse solidalmente su un consorzio: la scelta cadeva in tal modo sulla popolazione contadina, soprattutto sul colonato dipendente, e il servizio imposto ai soldati si prolungava nel tempo per oltre un ventennio, non senza una forte tendenza.. a trasformarsi in un obbligo ereditario.
Ma invece di persone il grande proprietario o il consorzio potevano offrire una somma di denaro, che consentisse ai responsabili del reclutamento di procurarsi altrove i soldati: e fu questa la via che favorì il crescente ricorso ad elementi germanici, più facilmente disposti a farsi assoldare. Poiché i soldati germanici, rispetto a quelli forniti dai proprietari fondiari a modo di imposta, rivelarono buone qualità militari, e nell’esercito romano furono accolti anche germani già avvezzi al comando presso le proprie tribù, la presenza di tali elementi assunse nell’esercito dell’Impero un’importanza non soltanto numerica.
Nel corso del IV sec. andò crescendo la proporzione degli ufficiali militari di origine barbarica rispetto a quelli provenienti dai ceti elevati dell’Impero o dall’avanzamento dei veterani reclutati nella popolazione rurale. Salirono anche ai gradi più alti: furono sempre più numerosi fra i duces, a cui era affidato il comando militare delle regioni soprattutto di confine; e divennero anche comandanti supremi, subordinati soltanto all’imperatore.
Le grandi famiglie senatorie per lo più non disdegnarono di estendere a questi Germani, potenti nella corte imperiale e per la base economica conseguita, le alleanze anche matrimoniali con cui usavano appoggiarsi fra loro.
L’assimilazione dei Germani di dignità senatoria nell’aristocrazia dell’Impero poté quindi apparire perfetta. Ma la loro origine non era dimenticata: perché essa li poneva in una relazione speciale con tutti i gruppi germanici non assimilati dell’Impero, presenti in modo cospicuo nelle forze armate, e con intere popolazioni, ora alleate ora nemiche dell’Impero. Ciò avvenne ovunque, in Occidente e in Oriente, ed anche in Italia.
1 – Autocrazie e democrazie: pillole di storia delle istituzioni.
Nel corso della storia umana, l’autocrazia è stata la forma di organizzazione politica più comune e naturale: tale forma di governo si caratterizza per un’elevata concentrazione del potere, ala (totale) assenza di limiti legali per il sovrano, sudditanza dei cittadini e mancanza di canali istituzionali per la partecipazione popolare; tra gli esempi storici più eclatanti si annoverano le monarchie assolute dell’Antico Regime (es. la Francia del Re Sole), gli imperi dinastici e i sistemi dispotici tradizionali. È con la polis Ateniese (V secolo che nasce la prima esperienza di democrazia diretta, dove i cittadini (esclusi donne, schiavi e stranieri) partecipavano all’Assemblea (Ecclesia).
Con la caduta di Roma nel 476 d.C., espressione massima di quel percorso e modus vivendi iniziato ad Atene, si registra un arresto proprio delle condizioni istituzionali e partecipative che, probabilmente, avrebbero portato a delle democrazie compiute: con l’affermazione del feudalesimo, il potere torna a concentrarsi in strutture gerarchiche e autocratiche, pur registrando alcuni capolini limitati di accordi tra proprietari terrieri (nobili) e lavoratori (blebe): essi prendono il nome di patti cetizi (come la Magna Charta del 1215 in Inghilterra); tra il Seicento e il Settecento, le idee cambiano grazie ai filosofi del contrattualismo (Locke, Rousseau, Montesquieu) che teorizzano la divisione dei poteri e i diritti naturali.
La storia delle istituzioni occidentali è costellata di eventi, documenti, personalità di spicco e “fatti di piazza” che hanno contribuito all’attuale assetto istituzionale degli Stati annoverati nel mondo dell’Occidente, definito in senso di civiltà istituzionale e politica: i tre passaggi più importanti dell’evoluzione delle istituzioni sono la Rivoluzione Inglese 1688 dalla quale nasce la prima monarchia parlamentare limitata da una carta dei diritti (Bill of Rights); la Rivoluzione Americana (1776):ne scaturisce una repubblica costituzionale basata sulla sovranità popolare e sui diritti scritti in una Costituzione; infine la Rivoluzione Francese (1789): crolla l’assolutismo monarchico e viene sancita la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Dal XIX al XX secolo, la democrazia passa da elitaria a di massa, modificando le sue istituzioni fondamentali: il Suffragio universale: L’estensione progressiva del diritto di voto prima agli uomini di ogni ceto, poi alle donne e alle minoranze, i Partiti politici e corpi intermedi: Canali di partecipazione e organizzazione della società civile.
Se ne desume che il passaggio storico tra autocrazie e democrazie non segue una linea retta, ma avviene attraverso attraverso moti alternati di evoluzioni e rivoluzioni cicliche di apertura democratica e di ritorno all’autoritarismo, alternando rivoluzioni, crolli istituzionali e riforme sociali guidate da fattori economici e geopolitici .
L’attualità è definita da alcuni come post-modernità democratica, ovvero, da una parte il pieno compimento dell’attuazione dei canali di partecipazione alla vita politica del Paese e, per quanto riguarda l’Italia, l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione; da un altro punto di vista, si registra una corrente di deriva dai canoni della convivenza civile e della stessa partecipazione politica in se: al netto delle manifestazioni di violenza alla quali si assiste, la disaffezione per le istituzioni e per i partiti politici si traduce nell’aberrazione per gli stessi, la non esternazione delle proprie idee in senso di contributo pubblico ed un sempre più radicale allontanamento dalla vita politica del Paese: si è avviato ormai da tempo, un circolo vizioso che le forze politiche non riescono a scardinale o, quanto meno, a governare: il trend attua una nuova battuta di arresto del processo di perfezionamento delle democrazie occidentali e del loro insito spirito di accettazione di altre forme di governo nonchè di capacità di dialogo con i loro esponenti: la post modernità della Democrazia è una nuova autocratizzazione, di cui alcuni esponenti elitari ne fanno gioco per prendere decisioni da dentro i palazzi del potere senza tatto e dialogo con la realtà che vi è al di fuori.
Gli studi geopolitici e gli osservatori internazionali (come il progetto V-Dem) registrano una fase di arretramento democratico globale, in cui molte autocrazie moderne non aboliscono formalmente le elezioni, ma svuotano dall’interno lo Stato di diritto, il pluralismo e la separazione dei poteri.
All’interno di un mondo che è in continua evoluzione, nelle fasi di transizione, è possibile compaiano delle anomalie di carattere sistemico considerando uno spettro di analisi macro evolutivo: se è vero, come detto sopra che democrazie ed autocrazie ricompaiono ciclicamente, nel momento in cui si sposta il punto di vista ad uno spettro temporale più ampio, si nota immediatamente come il percorso sia netto e, per quanto riguarda l’Europa, abbia portato alla definizione di Stati Nazione governati in forma democratica dopo la fine della II Guerra Mondiale.
Dal trattato di Roma del 1958 è iniziata una nuova stagione evolutiva che s ta portando i popoli del vecchio continente a ridefinire il loro vertice del potere politico ed istituzionale: l’Unione Europea, politica, federale o confederale che sarà è l’obiettivo finale di una fase di transizione iniziata è di cui da circa un decennio a questa parte, i popoli ne hanno presa piena coscienza: da quando ciò è accaduto, si è assistito alla rinascita di movimenti politici nazionalisti e sovranisti che hanno tradotto le differenze tra gli individui come strumento di allontanamento tra di essi secondo una scala valoriale che li posiziona al di sotto di chi si identifica in questi stessi movimenti e fazioni politiche: essi promuovono una nuova forma di autocrazia definita su base biologica ed anche, in un remake storico, su base identitaria sino ad arrivare alle inclinazioni sessuali ed affettive.
Le anomalie che si stanno verificando arrivano sino alle definizione di singoli personaggi, leader di questi movimenti, i quali arrembano e cavalcano l’impeto di chi non vuole accettare il mondo che cambia in un senso che non comprende: sfottò e violenze di ogni matrice li caratterizzano portandoli all’autodistruzione stessa in quando leader e soprattutto provocando l’allontanamento stesso dei partiti, spesso da loro fondati, dagli ambiti politici decisionali.
È come un’ombra lunga, quelle della autocrazie, che rinasce ciclicamente attraversando luoghi e tempi, finendo ogni volte per destare il clima mite delle democrazie occidentali, mettendole di fronte alle proprie lacune ed incerti casi alle inefficienze di tipo garantista rispetto al tenore di vita delle minoranze interne al Paese, così che, lo spirito autocratico si alimenta dalla democrazia stessa, passando per un certo periodo di anarchia in quanto eccesso di libertà democratiche; la lascivia e l’eccesso di permessivismo, generano ulteriore linfa nel sentimento di pancia popolare che rivendica ordine e disciplina: tali istanze vengono inizialmente decantate in sede parlamentare ed una volta tradotte in un linguaggio masticabile dal popolo trovano terreno fertile nella rabbia e nella disillusione delle masse, fomentando violenza disordinata, la quale trova a sua volta ordine in una struttura partitica paramilitare.
Il leader è colui che assorbe il sentiment di cui sopra e lo traduce in azioni concrete, narrate in quanto reale volontà del popolo e per tali motivi, pressochè sconosciuti nelle stanze dei sopiti bottoni, le quali trovano consenso dal basso: l’ascesa del fascismo nasce dalla rabbia delle masse tornate vive dalla Grande Guerra e inferocite dalla mancanza di sostegno alla loro ripresa di una vita normale.
Tornando ai giorni nostri ed alle questioni mediorientali che da decenni faticano a trovare una soluzione di convivenza civile e di governi stabili, Quando le tensioni militari tra Stato centrale ed attori regionali tornano a occupare le prime pagine, non siamo di fronte soltanto a un episodio di instabilità geopolitica. Guerre e conflitti armati sono sempre più spesso l’espressione visibile di una trasformazione più profonda: la progressiva erosione delle istituzioni democratiche e l’espansione dell’influenza dei regimi autoritari. La guerra, in questo senso, non è solo un effetto della crisi dell’ordine internazionale, ma anche uno dei suoi acceleratori. Se si guarda alle cause immediate del deterioramento democratico, emergono alcune dinamiche ricorrenti. Tra i fattori principali figurano colpi di stato militari, repressione del dissenso, modifiche costituzionali a vantaggio dei governi in carica e persecuzione sistematica dell’opposizione. Il caso della Guinea-Bissau è emblematico: un colpo di stato ha interrotto le elezioni, con gruppi armati che hanno distrutto le schede elettorali e compromesso l’intero processo democratico. Analogamente, in Tanzania il deterioramento democratico è stato legato all’esclusione di candidati dell’opposizione e a una repressione violenta delle proteste. Questi episodi mostrano come la crisi democratica non sia un fenomeno astratto, ma si traduca in pratiche concrete che alterano le regole fondamentali del confronto politico.
Un ulteriore elemento decisivo riguarda la trasformazione dello spazio politico nell’era digitale. Le identità politiche delle giovani generazioni si formano sempre più online, attraverso contenuti prodotti da creator e reti informali piuttosto che da istituzioni tradizionali. Questo fenomeno ha conseguenze ambivalenti. Da un lato, amplia le possibilità di partecipazione politica; dall’altro, espone i cittadini a campagne di disinformazione e manipolazione sempre più sofisticate. La necessità di alfabetizzazione mediatica e trasparenza nelle piattaforme digitali emerge dunque come uno degli strumenti essenziali per preservare la qualità del dibattito pubblico.
Se si guarda all’attualità internazionale – dalle tensioni in Medio Oriente alle rivalità tra grandi potenze – emerge una domanda centrale: stiamo assistendo alla fine dell’era democratica o a una sua trasformazione? La risposta dipenderà in larga misura dalla capacità delle democrazie di rafforzare le proprie istituzioni, sostenere la società civile e riaffermare il ruolo del diritto internazionale come strumento di regolazione dei conflitti. In assenza di tali interventi, il rischio è quello di un mondo sempre più dominato da logiche di potenza e competizione militare. Le guerre contemporanee, come quella che coinvolge l’Iran, non sono dunque semplicemente crisi regionali. Sono il riflesso di una trasformazione globale più ampia, in cui la competizione tra modelli politici ridefinisce l’equilibrio internazionale. L’ombra lunga delle autocrazie si estende oggi ben oltre i confini dei singoli stati, incidendo sulle dinamiche politiche interne e sui rapporti tra le potenze. Ma la storia della democrazia mostra anche che i momenti di crisi possono diventare occasioni di rinnovamento. La sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente difendere la democrazia, ma ripensarla in un mondo in cui guerra, tecnologia e geopolitica ridefiniscono continuamente il significato stesso della libertà.
3 – Esiste una soluzione di lungo termine per linearizzare il moro di evoluzione e rivoluzione tra Democrazia ed Autarchia?
Le migrazioni.
L’antefatto dell’osmosi culturale o quanto meno della convivenza tra esseri umani a prescindere da tutto, all’interno della legalità. Precursore di tutto ciò è una predisposizione mentale da parte di chi riceve e di chi arriva su un determinato territorio nel porsi in modo positivo all’ascolto ed al recepimento rispetto ad un modo di vivere che pare nuovo e sconosciuto, comprendendone i molteplici aspetti ed interfacciandosi domandandone i significati che solo chi ne è portatore può conosce appieno.
Volendo utilizzare il linguaggio dell’iperbole, l’umanità nasce nella mezzaluna fertile, proprio in quella regione oggi oggetto di conflitti etnici, o palesati tali, che portano l’occidente a rivendicare una certa paternità afferente al modo giusto di stare al mondo; non che ciò sia inerente all’oggetto dell’analisi di questo capitolo ma lascia intendere una certa visione solipsistica in merito a differenze etniche delle quali si vuole fare oggetto di divisione tra civiltà, paradossalmente, imponendo la propria visione rispetto a quella dei popoli che si vuole “educare”.
La metafora è servita: nella cronaca politica attuale si sente spesso parlare di remigrazione in quanto coloro che approdano sulla nostre coste non sarebbero ritenuti degni e predisposti a vivere secondi i canoni occidentali, al netto della questione della legalità che è di gran lunga di più ampio respiro rispetto ai fenomeni di criminalità di cui si macchiano alcuni soggetti immigrati.
Altrettanto servito è il paradosso di chi blatera di diversità e di necessità di chiusura rispetto alla natio autoctona italiana.
Al netto del qualunquistico e superficiale assunto relativo all’origine dell’umanità che va ponderato rispetto allo stato attuale delle ricerche archeologiche, è di interesse analizzare e valutare quanto, nell’area mediterranea è sorto grazie alle contaminazioni culturali prendendo in oggetto un solo tema, per ovvi motivi di vastità: i monumenti religiosi rappresentano l’emblema di quanto di bello abbiano prodotto i mix tra i popoli ed i loro culti. Le cattedrali di culto religioso sono, da sempre, state oggetto di revisione architettonica, o quanto meno leggere modifiche, frutto della volontà dei conquistatori di fornire un riferimento concreto per i nuovi coloni mossi a slancio di esplorazione di un nuovo mondo ed altrettanto della volontà di mantenere pacifico il rapporto con i popoli conquistati. È necessario ribadire come l’oggetto delle attenzioni trascendentali di un popoli sia leva per sommosse altrettanto trascendentali se non rispettato, ergo, ciò che si vede sui muri ed all’interno di una luogo religioso è perfetto per analizzare l’osmosi culturale tra diverse civiltà.
Un esempio su tutti: la Cattedrale di Santa Sofia di Istanbul.
Santa Sofia è un edificio religioso storico situato a Istanbul, in Turchia. Originariamente costruita come cattedrale nell’impero bizantino, fu successivamente trasformata in moschea durante l’impero ottomano e ora è un museo. L’edificio è rinomato per le sue impressionanti caratteristiche architettoniche e decorative, tra cui un’enorme cupola centrale, intricati mosaici, marmo e pietre decorative e una varietà di importanti manufatti religiosi.
La sua edificazione risale al VI secolo, frutto della volontà dell’imperatore bizantino Giustiniano I, il quale diede vita alla cattedrale più longeva del mondo occidentale: quasi 1.000 anni. Nel XV secolo, dopo che l’Impero Ottomano conquistò Costantinopoli, l’edificio fu trasformato in una moschea e subì importanti lavori di ristrutturazione, tra cui l’aggiunta di minareti e la rimozione di alcune opere d’arte cristiane. Nel 1935, in seguito alla fondazione della Repubblica Turca, fu trasformata in museo e aperta al pubblico.
Nel corso della sua storia, Santa Sofia è stata un simbolo sia dell’impero bizantino che di quello ottomano, nonché un importante sito religioso e culturale; oggi rimane una delle destinazioni turistiche più popolari di Istanbul, attirando visitatori da tutto il mondo che vengono ad ammirare la sua straordinaria architettura, le intricate opere d’arte e la ricca storia, nonché, l’intrinseca ancestralità di un luogo sintesi dell’osmosi culturale di civiltà millenarie.
Mosaici e colonnati rappresentano la struttura architettonica portante della cattedrale: essi riportano sulle loro decorazioni la storia dell’arte dei popoli bizantino ed ottomano che l’hanno eretta, adornata e resa incanto per visitatori di ogni matrice culturale; oltre ciò, oggetti interni e reliquie sono testimonianza chiara ed inequivocabile del rispetto culturale dei popoli da parte dei conquistatori: alcuni di questi includono il trono del patriarca, realizzato in avorio intagliato e risalente al IX secolo, oltre a una serie di antichi reliquiari e calici. Questi oggetti testimoniano il significato culturale e religioso di Santa Sofia e forniscono una finestra sulle credenze e le tradizioni degli imperi bizantino e ottomano.
4 – Conclusioni
Come esposto più volte, sono i popoli a prendere le decisioni che ergono leader e provocano cambiamenti in uno spettro spaziale e temporale di ampio respiro; a volte nemmeno essi riescono a comprendere la misura e l’importanza di ciò che decidono: ogni individuo si muove all’interno della sfera sociale di appartenenza sia per propria indole che per la percezione di un qualcosa che va oltre la propria ratio. È così che nei secoli l’intuizione ha fatto da padrona nel dar vita ad una saggia lungimiranza nel pensare che elementi divisi tra civiltà e culture sarebbero potuti divenire distruttivi: Santa Sofia ne è palese testimonianza in quanto portatrice sana del rispetto culturale e della capacità umana di convivenza nei secoli tra culture e civiltà a prescindere dai rapporti di potere tra di esse.
Le migrazioni, frutto di decisioni più animate sia da volontà che necessità portano così di nuovo dirimente il quesito del dibattito politico attuale la cui similitudine con le forme di governo democratiche ed autarchiche è servita: convivenza culturale in quanto espressione di un dialogo democratico o distruzione degli elementi culturali di chi si pensa di dominare in una bieca espressione violenta dell’autarchia?
La risposta è in una parola sola: cultura.
Dagli studi accademici alle esperienze di vita, da un viaggio al dialogo tra esseri umani di diversa estrazione territoriale, l’osmosi tra i popoli rimane il vero elemento chiave del progresso dell’umanità, come quel gioiello sul Bosforo, come le numerose testimonianze architettoniche, ingegneristiche e di qual si voglia disciplina, abbiamo oggi di fronte ai nostri occhi, dal piccolo quotidiano al “giro del mondo in 80 giorni”.
Forse è qui il nuovo elemento della politica post moderna: come la storia delle istituzioni è stata contaminata da diverse correnti di pensiero provenienti da diversi angoli della Terra, oggi, il nuovo percorso politico dell’umanità passa dall’analisi geopolitica fin ai nostri territori, fino alla nostra Monza che per quanto perla di un territorio apparentemente chiuso in se stesso e poco propenso a ciò che arriva da fuori, nasconde tra le sue vie e tra le sue genti gli stessi esempi e processi di cambiamento che osserviamo disparati su tutto il Pianeta.
Claudio Balice Lissoni
