Oggettività e Soggettività GEOPOLITICA – Sheet 1: la dimensione mediterranea del respiro europeista.

La manodopera della cooperazione internazionale: analisi comparativa del processo storico di formazione della CECA e della dimensione marittima italo/statunitense.

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0 – Introduzione: 3 guerre per una pace

In un continente dove le city di definiscono di respiro europeo, l’Italia annovera Milano come capitale del sentimento europeo che fa da protagonista nei dibatti d’aula parlamentare ai territori costellati di campanili e tradizioni locali; esse, per buona parte dello stivale, sono giunte a noi da una dimensione mediterranea più che continentale: ovunque, dall’urbanistica ai palazzi del potere, passando per basiliche, castelli, regie residenze per arrivare a costumi, piatti tipici ed ritualità locali, si evidenziano influenze afferenti ai popoli delle coste del Mar Mediterraneo.
Sfruttando rapidamente il dono della sintesi, sostenuto dallo switch delle prime due rivoluzioni industriali, la prima del carbone la seconda dell’acciaio, osservando la mappa eurocentrica, si evince sostanzialmente che contaminazioni culturali tra i popoli mediterranei sono via via venute meno a fronte di un progresso tecnologico che ha spostato il focus della sopravvivenza sulla capacità produttiva di una certa regione, popolo o Nazione a discapito dello slancio esplorativo declinato in commerciale e bellico delle passate generazioni; in una rapida traduzione se prima dell’avvento del carbone ed acciaio, la sopravvivenza di un popolo poggiava sullo spazio geografico di pertinenza e dominio, dopo il peso della bilancia va verso la renditività di un’attività produttiva.
Essa, di qualsiasi ambito proto-industriale facesse parte, necessitava di una risorsa che fornisse energia ai primi sistemi meccanici e d’automazione atti a dar vita alle prime linee di produzione: il carbone, fonte di calore permetteva all’acqua contenuta in una cisterna di evaporare ed essere incanalata in circuiti chiusi che attraverso sistemi di valvole pneumatiche davano la giusta forza ad utensili meccanici atti alla lavorazione di precisione della seconda risorsa industriale la cui lavorazione ha permesso la realizzazione di ciò che servito per collegare i popoli: l’acciaio. Dai binari ai treni, alle prime navi di un certo tonnellaggio, per arrivare all’automotive piuttosto ad utensili agricoli e macchine atte alla lavorazione dei campi, carbone ed acciaio cambiano per sempre la visione degli equilibri tra i popoli europei e non solo, dando un colpo di spalla alla conquista di sempre nuovi territori in quanto mezzo di sopravvivenza dei sudditi e di accrescimento della ricchezza della nobiltà e delle teste coronate.

Qual’era allora il quadro delle relazioni internazionali o dei dissidi imperiali dell’epoca?

In via di sintesi potremmo identificare in un soggetto l’artefice di un equilibrio che prese il suo stesso nome: Otto Von Bismark; egli, grande diplomatico sviluppò una serie di accordi e trattati volti a garantire lo status-quò pacifico e l’egemonia dell’impero prussiano in Europa.
Il proverbiale equilibro bismarkiano trovò tuttavia una nuova sfida nel rinnovamento tecnologico e nell’evoluzione della società europea in funzione di quanto sopra: come fare per assicurarsi le risorse minerarie necessarie allo sviluppo del Secondo Reich ed al mantenimento della supremazia della Corona degli Hoenzoellern nei confronti dei cugini – anche si sangue – delle altre casate reali?

Il principale giacimento di carbone ed acciaio sul continente europeo era nelle aree dell’Alsazia e della Lorena; il bacino della Rurh costituiva il più grande giacimento del continente europeo di cui, per motivi di nuova egemonia ogni Impero voleva accaparrarsi il controllo: all’alba della guerra franco prussiana tali territori erano francesi, Nazione e potenza imperiale/coloniale, antagonista dell’impero prussiano ed amica di quello russo; nonostante gli sforzi del Cancelliere e delle truppe coloniali incapaci di trovare risorse sotto le terre d’Africa, il controllo sul giacimento doveva essere acquisito con la forza, prospettiva che andava contro la propensione diplomatica con la quale Bismark aveva costruito tutti i rapporti internazionali europei. Come fare?
Il cancelliere prussiano Bismarck rese pubblico il telegramma relativo al colloquio di Ems (il cosiddetto “Dispaccio di Ems”), dopo averlo però falsificato con frasi irriguardose nei confronti dell’ambasciatore francese.
Indignato, Napoleone III il 19 luglio 1870 dichiarò guerra alla Prussia, senza valutare quanto il proprio esercito fosse inferiore a quello prussiano sia per il numero degli effettivi che per l’organizzazione. I francesi furono pesantemente sconfitti a Sedan, il 2 settembre 1870. Napoleone III fu imprigionato con altri 83 000 soldati ed il bacino della Rurh finì sotto il controllo tedesco.
Da questo punto ed in particolare dalla morte del Cancelliere del Secondo Reich, la situazione di equilibrio europeo degenererà progressivamente pere arrivare ai due conflitti mondiali di cui molto è stato già scritto; tuttavia è opportuno effettuare una breve digressione afferente al focus energetico, ovvero in quanto, corsa all’accaparramento di fonti energetiche necessarie al sostenimento dello sforzo bellico e del successivo auspicato futuro florido della Nazione: la spedizione italiana in Russia aveva come obiettivo i giacimenti energetici dell’attuale Azerbaijan.
Da questo punto, non che si giustifichi la guerra mossa dall’Italia fascista ma si può trarre spunto per la riflessione sulla dimensione mediterranea del Bel Paese: oggi, dall’Azerbaijan c’è un collegamento che passa sotto il Mediterraneo e comunque nelle zone di terra afferenti all’area mediterranea che porta il gas direttamente a Bari: è il condotto TAP.


1 – Dal trattato di Parigi all’industrializzazione della cooperazione industriale.

Il 18 Aprile 1951 viene firmato il primo trattato internazionale che da concreta realtà alla definitiva distruzione dei nazionalismi: un atto diplomatico che mette fine alla prospettiva di nuovi conflitti sul territorio europeo; la CECA nasce da Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Lussemburgo e Paesi Bassi, per una durata di 50 anni. Il trattato istituiva l’Assemblea parlamentare europea, i cui membri venivano eletti dai rispettivi parlamenti nazionali.

I membri dell’Assemblea parlamentare europea erano selezionati dai rispettivi parlamenti nazionali. L’Assemblea aveva il diritto di licenziare l’Alta autorità (antesignana dell’odierna Commissione).
Il trattato istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) che riunisce sei stati (Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) per introdurre la libera circolazione del carbone e dell’acciaio e garantire il libero accesso alle fonti di produzione; un elemento importante è stata l’istituzione di un’Alta Autorità che ha il compito di: vigilare sul mercato, monitorare il rispetto delle regole della concorrenza e garantire la trasparenza dei prezzi; il trattato CECA è all’origine delle istituzioni dell’UE, così come le conosciamo oggi. Creata nel 1951, all’indomani della Seconda guerra mondiale, la comunità CECA rappresenta un primo passo nel processo di integrazione europea.
Per fornire al lettore un rapido e sintetico dettaglio della disciplina della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, si passano in rassegna, di seguito i focus chiave della sua genesi, funzione e scopo:
come stabilito dall’articolo 2 del trattato, l’obiettivo della CECA è contribuire, attraverso il mercato comune del carbone e dell’acciaio, all’espansione economica, all’incremento dell’occupazione e al miglioramento del tenore di vita. Spetta pertanto alle istituzioni vigilare sull’approvvigionamento regolare di carbone e acciaio del mercato comune, assicurando un uguale accesso alle fonti di produzione e controllando che si stabiliscano i prezzi più bassi e che vengano migliorate le condizioni della manodopera. Tutto ciò deve essere accompagnato dallo sviluppo degli scambi internazionali e dall’ammodernamento della produzione.
In vista della creazione del mercato comune, il trattato introduce la libera circolazione dei prodotti, senza diritti doganali né tasse. Esso vieta le pratiche o i provvedimenti discriminatori, le sovvenzioni, gli aiuti di Stato, gli oneri speciali imposti dagli Stati nonché le pratiche restrittive.
Per quanto riguarda la sua struttura, il trattato si divide in quattro titoli: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, le istituzioni comunitarie, le disposizioni economiche e sociali e le disposizioni generali; esso comprende inoltre due protocolli: uno sulla Corte di giustizia e l’altro sulle relazioni tra la CECA ed il Consiglio d’Europa e una convenzione sulle disposizioni transitorie riguardante l’attuazione del trattato, le relazioni con i paesi terzi e le misure generali di salvaguardia.
Il trattato istituisce un’Alta Autorità, un’Assemblea, un Consiglio dei ministri e una Corte di giustizia. La CECA ha personalità giuridica, formula raccomandazioni ed esprime pareri, è assistita da un comitato consultivo (precursore dell’attuale Comitato economico e L’ Alta Autorità, precursore dell’attuale Commissione europea, è un organo esecutivo collegiale indipendente, il cui compito è garantire la realizzazione degli obiettivi stabiliti dal trattato e agire nell’interesse generale della CECA. Essa è composta da nove membri (dei quali non più di due possono essere della stessa nazionalità) nominati per una durata di sei anni. Si tratta di un vero e proprio organo sovranazionale con potere di decisione. Esso è responsabile dell’ammodernamento e del miglioramento della produzione della fornitura di prodotti a condizioni identiche, dello sviluppo delle esportazioni comuni e del miglioramento delle condizioni di lavoro nelle industrie del carbone e dell’acciaio.
L’Assemblea, precursore del Parlamento europeo, è composta da 78 membri, che rappresentano i rispettivi parlamenti nazionali. La Germania, la Francia e l’Italia hanno 18 rappresentanti, il Belgio e i Paesi Bassi 10 e il Lussemburgo 4. Il trattato conferisce all’Assemblea un potere di controllo; il Consiglio, precursore dell’attuale Consiglio dell’Unione europea comprende sei rappresentanti dei governi nazionali. La presidenza del Consiglio è esercitata a turno da ciascuno Stato membro della CECA per una durata di tre mesi. Il Consiglio ha il compito di armonizzare l’azione dell’Alta Autorità e la politica economica generale dei governi. Il suo parere conforme è necessario per le decisioni importanti prese dall’Alta Autorità. La Corte di giustizia, precursore della Corte di giustizia dell’Unione europea, è composta da sette giudici nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri della CECA per un periodo di sei anni. Essa assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione del trattato.
Per perseguire i suoi obiettivi, la CECA raccoglie informazioni presso aziende produttrici di carbone e acciaio e le associazioni, si consulta con le diverse parti (aziende produttrici di carbone e acciaio, lavoratori ecc.) e ha il potere di effettuare controlli per verificare le informazioni che ha ottenuto; quando le imprese produttrici di acciaio e carbone si sottraggono a tali poteri, l’Alta autorità può imporre sanzioni (che ammontano al massimo all’1 % del volume d’affari annuo) e le penalità di mora (pari al 5 % del volume d’affari medio giornaliero per ogni giorno di ritardo); Sulla base delle informazioni raccolte, l’Alta autorità formula delle previsioni per orientare le attività delle parti interessate e guidare l’azione della CECA. Per completare le informazioni ricevute dalle imprese e dalle associazioni, la CECA conduce degli studi sull’evoluzione dei prezzi e dei mercati.
Il budget della CECA viene finanziato mediante prelievi sulla produzione di carbone e acciaio e attraverso l’assunzione di prestiti. I prelievi servono a finanziare le spese d’amministrazione mentre le sovvenzioni non rimborsabili sono destinate al reinserimento dei lavoratori e alle ricerche tecniche ed economiche, che devono essere incoraggiate. Il denaro ricevuto in prestito può essere impiegato solo per concedere mutui; nel settore degli investimenti, oltre ai prestiti, la CECA può anche fornire garanzie sui mutui concessi alle imprese da terzi. La CECA può inoltre fornire orientamenti sugli investimenti non finanziati da essa; la CECA svolge principalmente un ruolo indiretto e di sostegno, attraverso la cooperazione con i governi e gli interventi in materia di prezzi e di politica commerciale. Tuttavia, in caso di diminuzione della domanda o di penuria, essa può attuare azioni dirette, imponendo delle quote al fine di limitare in maniera controllata la produzione o, in caso di penuria, stabilire le priorità d’impiego, la ripartizione delle risorse e le esportazioni nel quadro dei programmi di produzione.
Il trattato vieta le discriminazioni in base ai prezzi, le pratiche di concorrenza sleale e le pratiche discriminatorie basate sull’applicazione di condizioni disuguali a operazioni equiparabili. Queste regole si applicano anche al settore dei trasporti; inoltre, in determinate circostanze, come ad esempio una crisi manifesta, l’Alta Autorità può fissare dei prezzi massimi o minimi all’interno della CECA o in relazione alle esportazioni.
Al fine di tutelare la libera concorrenza, tutte le azioni degli Stati membri della CECA suscettibili di pregiudicare la concorrenza devono essere comunicate all’Alta Autorità. Inoltre, il trattato descrive in maniera specifica i tre casi che danno luogo ad una distorsione della concorrenza: le intese, le concentrazioni e gli abusi di posizione dominante. Gli accordi tra imprese o le associazioni di imprese possono essere annullati dall’Alta Autorità se impediscono, limitano o alterano, direttamente o indirettamente, il gioco della concorrenza.

Aspetti legati ai lavoratori

Sebbene i salari rimangano di competenza degli Stati membri della CECA, l’Alta Autorità ha la facoltà di intervenire qualora essi siano anormalmente bassi o in caso di ribasso dei salari, in talune condizioni specifiche; l’Alta Autorità può destinare degli aiuti finanziari a programmi che compensino gli effetti negativi del progresso tecnologico applicato all’industria sulla manodopera (indennità, assegni e riqualificazione professionale). Per quanto riguarda la mobilità della manodopera qualificata, il trattato prevede, da parte degli Stati membri della CECA, la soppressione delle restrizioni all’occupazione fondate sulla nazionalità. Per le altre categorie di lavoratori e in caso di penuria di questo tipo di manodopera, gli Stati effettueranno le opportune modifiche nel settore dell’immigrazione per consentire l’impiego dei lavoratori di altri Stati.
Nel secondo dopoguerra, un accordo tra Italia e Belgio (“l’uomo per il carbone”) portò decine di migliaia di italiani a lavorare nelle miniere belghe in condizioni spesso disumane e pericolose. Nel 1956, gli italiani costituivano la maggior parte dei lavoratori stranieri nel bacino carbonifero.
Benché l’industria belga fosse stata scarsamente intaccata dagli effetti distruttivi della seconda guerra mondiale, il Belgio, paese di dimensioni modeste, si ritrovò con poca manodopera disponibile. Ciò ne fece aumentare la richiesta, soprattutto per il lavoro nelle antiquate miniere del bacino carbonifero della regione della Vallonia. I belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi e si cercò manovalanza all’estero. Il 23 giugno 1946 fu firmato il Protocollo italo-belga che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori in cambio di carbone. Nacquero così ampi flussi migratori verso il paese, uno dei quali, forse il più importante, fu quello degli italiani verso le miniere belghe. Nel 1956, fra i 142.000 minatori impiegati, 63.000 erano stranieri e fra questi 44.000 erano italiani.
Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio. Si trattò d’un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L’incendio, sviluppandosi inizialmente nel condotto d’entrata d’aria principale, riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 275 presenti, di cui 136 immigrati italiani. L’incidente è il terzo per numero di vittime tra gli immigrati italiani all’estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson. Il sito Bois du Cazier, oramai dismesso, fa parte dei patrimoni storici dell’UNESCO.
Il “pozzo I” della miniera di Marcinelle era in funzione sin dal 1830. Non è corretto affermare che esso fosse privo delle più elementari norme di sicurezza ma, di certo, la sua manutenzione era ridotta al minimo necessario. Tra le altre funzioni, questo pozzo serviva da canale d’entrata per l’aria. Il “pozzo II”, invece, operava come canale d’uscita per l’aria. Il “pozzo III”, in costruzione, aveva delle gallerie connesse con i primi due, ma esse erano state chiuse per diverse e valide ragioni. Gli ascensori, due per pozzo, erano azionati da potenti motori posti all’esterno. In alto, su grandi tralicci metallici, erano poste due molette, enormi ruote che sostenevano e guidavano i cavi degli ascensori. La maggior parte delle strutture all’interno del pozzo era in legno. Questo perché, da sempre, il legno era il materiale più comunemente impiegato, ma anche perché, a una tale profondità, il cavo dell’ascensore potesse oscillare in modo tale da giungere a strisciare sulle traverse. Quindi, per evitare l’usura prematura del cavo, si dava preferenza alle strutture in legno. L’aerazione era assicurata da grandi ventilatori, posti all’esterno, che aspiravano l’aria viziata tramite il “pozzo II”.

2 – La manodopera geopolitica italiana e statunitense.


La costruzione della CECA previde il ruolo fondamentale della manodopera italiana; come dimostrato dai numeri e come è deducibile da nomi e cognomi italiani che compaiono sulle lapidi del cimitero di Marcinelle, i lavoratori caduti nella strage, erano di origine abruzzese.

Stringendo il concetto ed attraverso una sintesi di ambito, si può affermare che la CECA fu composta dalle nazioni sulla base dell’ambito di contributo alla cooperazione economica sotto l’egida del controllo statunitense: dei sei Paesi fondatori, Francia e Germania costituivano la proprietà delle materie prime – carbone ed acciaio – , l’Italia forniva la manodopera, i Belgio ed Olanda, con i loro porti, fornivano l’apporto logistico con soggetti sia interni che esterni al continente ed il Lussemburgo dava il proprio supporto attraverso la gestione amministrativa ed i possibili lungimiranti investimenti economico/finanziari resi possibili dai proventi della commercializzazione dei prodotti.
Il respiro europeista del XXI secolo nasce dalla cooperazione economica dell’occidente europeo: il mix tra economi di piano ed economia di scala trova la sua attuazione contrapposta all’economia di comando impostata nell’Unione Sovietica; ancora più rilevante è stato il passaggio dal contenzioso armato per l’egemonia di potere ed economica alla cooperazione tra popoli al fine di garantire un’esistenza florida e soprattutto pacifica tra i popoli e tra diversi ceti sociali.

Dallo spettro di analisi di respiro europeo, focalizzando la nostra attenzione, sul ruolo della penisola baciata dal sole sulla sua posizione geografica: l’Italia è nel mezzo del Mar Mediterraneo, ovvero presidia il crocevia di circa l’80-85% degli scambi commerciali dell’intero globo. Per una civiltà che è abituata a vivere di economia, tale posizione dimensiona l’importanza strategica per l’intero continente. L’Unione Europea che nasce da un’unione commerciale ed amplia il suo spettro a temi di matrice politica giusto si avvalga della millenaria propensione marittima del Bel Paese: i navigatori, manifatturieri e strateghi italiani devono riscoprire le loro doti e metterle a disposizione della Comunità, proprio come i minatori abruzzesi. Il controllo dei porti e degli stretti è decisivo in un’epoca di globalizzazione, ma sembra che ce ne siamo dimenticati; non a caso, l’opinione pubblica ha un parere del mare in senso di balneazione ma stare al centro del mediterraneo vuol dire incentrare la nostra geopolitica in senso marittimo: andare per mare vuol dire affrontare l’ignoto per definizione, reagire ad un imprevisto affrontando l’imponderabile. Tali propensioni vanno di pari passo con il tasso di giovinezza in una popolazione, in senso proporzionalmente opposto: più si avanza con l’età e meno si è predisposti a rischiare. È una condizione psicologica ed antropologica e non tecnica; ergo, mano a mano che l’età media si è andata alzandosi, il popolo italiano ha sempre di pi sognato di agganciarsi al continente, tralasciando la propria genesi di esploratori marittimi; il nostro destino tuttavia rimane inevitabilmente (geograficamente) legato alla dimensione mediterranea nonostante è corretto rimanga affrancato, se pur parzialmente, al destino della penisola europea.

Gli americani vivono il mare, oggi, esattamente come nella seconda globalizzazione, quella britannica: il mestiere degli americani è controllare gli stretti mantenendo intonsa la loro libertà di navigazione; la questione di Ormuz, non è di matrice economica ma bensì di lesa maestà da parte degli iraniani nei confronti del “core cusiness” a stelle e strisce: gli Stati Uniiti d’America non importano nemmeno una goccia di petrolio ne un metro cubo di gas che passa sa Ormuz ma ne stanno facendo una questione di guerra tra civiltà, perchè? Perchè mantenere gli strettti marittimi navigabili da parte di tutti o meno è il loro lavoro da sempre, quanto meno, da quanto la dottrina Monroe è venuta meno.

I principali passaggi strategici sono:

Stretto di Hormuz: Il più critico snodo energetico mondiale. Collega il Golfo Persico al Mar Arabico ed è la via di transito per oltre il 20% del petrolio globale e quantità massicce di gas naturale liquefatto (GNL). Stretto di Malacca: Il canale di collegamento chiave tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, vitale per le rotte commerciali che servono la Cina, il Giappone e il resto dell’Estremo Oriente.
Stretto di Bab el-Mandeb: Collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano, rappresentando la porta d’accesso obbligatoria per il Canale di Suez.
Canale di Suez: Canale artificiale fondamentale che collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso, accorciando drasticamente le rotte tra l’Asia e l’Europa.
Stretto di Gibilterra: Il punto di passaggio naturale che unisce il Mar Mediterraneo all’Oceano Atlantico.
Canale di Panama: Taglia l’istmo centroamericano, collegando l’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico. Gestisce circa il 2,5% del commercio marittimo globale.
Stretti del Bosforo e dei Dardanelli: Controllati dalla Turchia, collegano il Mar Mediterraneo al Mar Nero, rappresentando la via principale per l’esportazione di grano e petrolio dall’Europa orientale.
Controllare il Mediterraneo ed in particolare il passaggio dall’istmo sud della Sicilia al reciproco a nord dell’Africa vuol dire controllare il passaggio di circa il 20% delle merci a livello globale.
Il mare vuol dire cultura, vuol dire potenza.
Essere una nazione marittima è, in conclusione, una questione antropologica, psicologica: tali dimensioni precedono e prevalgono su qualsiasi tipo di preparazione tecnologica ed industriale; è il controllo degli stretti a conferire l’accento alla dimensione della potenza di una Nazione al di fuori dei propri confini nazionali: gli Stati Uniti d’America controllano tutti gli stretti marittimi: da Panama a Malacca attraverso il dispiegamento della marina militare con tanto di basi di terra ed approdi atti alle comunicazioni criptare con il pentagono ed all’interscambio di agenti CIA atti a fare da ponte per il flusso di informazioni con il Pentagono e gli strateghi della Casa Bianca.
L’Italia ha dimenticato la sua propensione e dimensione marittima poiché, essendo, come detto, legata all’età media ed in particolare alla giovinezza della popolazione lasciando lo spazio dell’esplorazione, della navigazione e del controllo del mediterraneo agli USA attraverso le basi di Sigonella e Napoli.
Qual è stato e qual è tutt’oggi, nel concreto, il rapporto dell’Italia con il mare e con il Mediterraneo?
La marineria italiana ha una sua tradizione in quelle ligure, napoletana e siciliana. E poi in quelle veneta (Venezia, Chioggia), istriana (compresa Trieste) e dalmata, tutte e tre eredi della Serenissima. In sostanza, sono tre o quattro modelli storici corrispondenti a realtà marinare che per alcuni secoli si sono spartite il Mediterraneo nelle loro reti di navigazione e di commercio.
In linea generale si può dire che, mentre l’idea di Europa si presenta a partire dall’alto medioevo (cioè da Carlo Magno), la percezione del Mediterraneo in quanto contesto geopolitico è di molto antecedente. In particolare, la centralità dell’Italia in questo contesto risale al dominio di Roma sul mare: tale centralità, infatti, si sovrappone a quella della penisola nel sistema imperiale, che non venne meno neppure in seguito alle crisi del III secolo d.C..
L’area appenninica centro-meridionale diventò quindi il fulcro assoluto del Mediterraneo, in quanto collocata in perfetto equilibrio tra la dimensione adriatica e ionica, in direzione della Grecia e dell’Oriente, e la dimensione tirrenica, rivolta alla Sicilia, all’Africa, all’Iberia e alla Gallia. L’egemonia su questo centro strategico consentì la realizzazione del Mare Nostrum.
La caduta dell’impero e i tumultuosi avvenimenti successivi determinarono scenari nuovi. Fra il IX e l’XI secolo l’Italia si trovò nel cuore stesso dell’Europa cristiana latina, con Roma come capitale spirituale, e, allo stesso tempo, diventò oggetto delle mire espansionistiche arabe, proprio perché protesa nel Mediterraneo.
Nel contesto italiano l’Occidente e l’Oriente, sia arabo-islamico sia bizantino, si confrontarono e convissero soprattutto nelle regioni marittime, tra Adriatico, Jonio e Tirreno. Furono secoli in cui nei luoghi di mare si alternarono guerre, commerci e convivenze, e in cui si comprese la necessità (o la modalità) della mediazione tra mondi simili e diversi.
Dopo il Mille si assiste all’avvento delle città marinare italiane, più note come repubbliche marinare. L’egemonia di Venezia sull’Adriatico è una realtà consolidata già nell’XI secolo. La rivalità fra Pisa e Genova, invece, aumentò per il dominio su Corsica e Sardegna. Nell’agosto del 1284, nelle acque della Meloria, ebbe luogo lo scontro decisivo: la flotta pisana fu completamente sbaragliata e i caduti e i prigionieri furono diverse migliaia. Genova ebbe definitivamente tutta la Corsica. Inizialmente Pisa cercò di reagire, riuscendo a mantenere attive le sue colonie nel Mediterraneo.
Le cose precipitarono quando gli Aragonesi, ormai padroni della Sicilia, volsero alla conquista della Sardegna, ultima risorsa pisana. Nel 1324, a Lucocisterna, le flotte catalana e pisana si affrontarono, e ancora una volta Pisa ebbe la peggio. La città decadde lentamente ma inesorabilmente, e la stessa marineria toscana non fu più all’altezza delle sfide mediterranee, nonostante la tarda vicenda di Livorno.
Caduta Pisa, seguì lo scontro per l’egemonia mediterranea tra Genova e Venezia. Nel 1298, presso Curzola, in Dalmazia, ci fu la battaglia decisiva con la vittoria di Genova, che però non ebbe la forza di dare il colpo di grazia all’avversaria. Si giunse così alla pace del 1299. Dal canto suo Venezia, nel Duecento, gettò le basi per la costruzione di quello che chiamò, due secoli dopo, Stato da Mar, in contrapposizione allo Stato da Terra. Lo Stato da Mar – afferma Ivetic – «rimane forse la più marittima e mediterranea delle compagini politiche che si sono susseguite nella storia del Mediterraneo». Il primo pilastro di questo sistema politico, commerciale e marittimo era rappresentato dalle colonie commerciali di veneziani, che si diffondevano dalla Tana nel Mare d’Azov ad Antiochia, Damasco, Tripoli di Siria, Acri, Alessandria e Salonicco, nonché nei porti pugliesi. Il secondo pilastro era la flotta commerciale e militare, che si affermò sempre di più, tra il medioevo e l’età moderna, come strumento atto a garantire la sicurezza e la sovranità nel Golfo di Venezia e oltre.
A partire dal Quattrocento, un terzo pilastro fu identificabile nella rete diplomatica veneta, soprattutto nella rete dei consolati, presenti nei maggiori porti del Mediterraneo. La sovranità di Venezia si estese, così, su un’ampia fascia di territori nell’Egeo, a Creta e Cipro, nello Ionio, in Dalmazia e Albania, nonché in Istria. La supremazia della città di San Marco nell’Egeo durò fino agli anni del corsaro Barbarossa (1520-1530 circa), nello Ionio fino al 1718, nell’Adriatico fino alla scomparsa della Repubblica (1797).
Il punto più basso della parabola storica del rapporto fra Italia e Mediterraneo corrisponde all’irrilevanza politica degli Stati italiani emersi dal Congresso di Vienna: i due stati marinari, Venezia e Genova, non esistevano più, mentre quelli indipendenti – Regno di Sardegna, Regno delle Due Sicilie e Stato pontificio – erano periferie nel centro del Mediterraneo.
La tendenza di queste realtà fu di mantenere la marineria commerciale e militare per lo stretto necessario, senza tentare la crescita. Questa passività lasciò libero il Mediterraneo, anche nei settori italiani, all’iniziativa britannica e francese, mentre l’Adriatico finì all’ombra dell’impero d’Austria, il cui sviluppo costiero coincideva con gli ex possedimenti della Serenissima, con l’aggiunta di Trieste, Fiume e del litorale croato.
Gli anni successivi all’unità d’Italia segnarono la rinascita dell’interesse italiano per il mare. Ne furono espressione, da un lato, la questione adriatica, che mirava a compiere l’unificazione nazionale con la liberazione delle terre irredente, e, dall’altro, la politica coloniale inaugurata da Crispi. L’idea del dominio del Mediterraneo raggiunse la sua massima espressione nell’età del nazionalismo, fra il 1908 e il 1943. Secondo Ivetic, vi sarebbero due eventi che possono esprimerne l’inizio e la fine: rispettivamente La nave, dramma di Gabriele d’Annunzio eseguito al Teatro Argentina di Roma nel gennaio del 1908, e l’inabissamento della nave da battaglia Roma il 9 settembre 1943 presso l’Asinara.
Dopo la seconda Guerra mondiale, la negazione della mediterraneità, su cui molto si era spesa la propaganda fascista, divenne una catarsi necessaria. A ciò si aggiunse l’adesione alla Nato, che inaugurò la stagione dell’atlantismo, nuova fede di cui gli Stati Uniti erano il faro. Poi venne l’Europa: un altro riferimento fideistico, anch’esso astratto, distante dalla vita civile, così inevitabilmente locale. In questo clima non c’era posto per il Mediterraneo e, soprattutto, per una politica mediterranea. Eppure, rileva Ivetic, si può ancora dare un «mediterraneismo italiano». La centralità geografica della Penisola ha le sue problematiche e le sue complessità, ma comporta anche dei vantaggi. Tutti i paesi mediterranei devono in qualche modo rapportarsi con l’Italia, dal momento che essa è il centro del Mediterraneo inteso come regione e sistema: «Inteso nel bene (quando si pensa alle possibilità di sviluppo) e nel male (quando si pensa ai conflitti e alle emergenze umanitarie)».


3 – Conclusioni:

La penisola italiana deve ritrovare la sua naturale collocazione nel contesto europeo riportandone un auge dimensione marittima: Genova, Venezia, Pisa ed Amalfi sono l’esempio storico al quale dobbiamo rifarci per poter dire la nostra in ambito europeo; lo stivale, di certo afferisce ad un contesto europeo e le sue città respirano Europa, tuttavia, è nella natura storica il ruolo, altresì dirimente, di presidiare l’area mediterranea, dove, per “presidiare”, s’intende tenere vivo, su tutto il vecchio continente, l’imprinting culturale, nel senso ampio del termine: i flussi migratori provenienti dall’area mediterranea hanno dato via via, nei secoli, slancio, sviluppo ed innovazione, ad innumerevoli settori: dall’agricoltura alla pastorizia fino ad arrivare all’architettura ed al diritto, il tutto attraverso infrastrutture create esse stesse sulla base di un’urbanistica ed uno studio ambientale che riecheggiano sino ai giorni nostri.
Si palesa di fronte agli occhi degli eredi di Ventotene, la possibilità di creare la federazione degli Stati Uniti d’Europa, il cui slanci pacifico, disarmato e disarmante di manifesta in una nuova concezione geopolitica, partente anni or sono da una comunità economica ed oggi passante per gli stretti mediterranei: Gibilterra, Suez e Dardanelli devono tornare ad essere oggetto di attenzione di Bruxelles, la quale delegando al popolo poeta e marinaio il loro presidio internazionale e condiviso con le nazioni di cui tali passaggi geografici fanno parte, attua quelle politiche di vicinato di cui la carta europea si effigia; i rapporti internazionale o extra federali, presenteranno al mondo una nuova dimensione geopolitica in ambito di potenza imperialista: nuove relazioni – di potere – si stabiliranno attraverso il dialogo tra l’Unione ed i Paesi mediterranei configurando rapporti di reciproca cooperazione nei numerosi ambiti che sono e saranno prioritari per quel principio di umana coesistenza sul Pianeta.
È necessario che i fasti di Roma tornino ad essere vivi in quanto propulsori della naturale propensione multiculturale italiana, in chiave pacifista, in chiave di mutuale solidarietà, in chiave economica, in chiave sociale, in chiave di diritti umani ed, infine, in chiave europeista.
La lettura democratica e diplomatica del momento internazionale che stiamo vivendo, intriso di guerre e sangue, deve prevalere e scardinare quel piglio solipsistico con quale l’occidente guarda alle altre civiltà e che distorce con il nostro stesso passato, italico, della penisola baciata dal sole e bagnata da quel mare dal quale, nei secoli, sono approdati sempre nuovi slanci all’osmosi culturale dei popoli e della quale osserviamo le risultanze, nelle tradizioni e negli elementi culturali che viviamo quotidianamente.
In conclusione: l’Italia è un Paese dell’Unione Europea e respira di Europa in ogni suo granello di terra; per dinamiche demografiche ed istituzionali ha perso la sua propensione marittima, venendo meno al suo compito europeo di gestione dell’area mediterranea secondo quello che tutta l’Europa riconosce come ruolo da sempre tenuto dai marinai italiani: oggi, sullo scacchiere internazionale, divampano guerre e distruzione volte ad una propensione di matrice imperialista; d’altra parte è il controllo degli stretti marittimi a preoccupare gli stati maggiore delle marine militari delle super potenze, a prescindere dagli scambi economici che le proprie Nazioni fanno transitare da uno o dall’altro passaggio obbligato: è una questione di potere e potenza che si sta dispiegando come tempo, nel mondo, vengono sistemate, le faccende sovranazionali: solo il ritorno dei marinai d’Italia nel Mediterraneo può realizzare quel respiro europeista di cooperazione internazionale pacifica e democratica. Solo gli italiani possono riportare alla vetta dell’umana evoluzione l’osmosi culturale che vediamo sparsa sullo stivale a testimonianza di un passato che fu e di un futuro che deve tornare.

Claudio Balice Lissoni