
Capitolo secondo: perchè gli inglesi hanno fatto la Brexit.
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0 – La sfera politica inglese: evoluzione e traiettoria.
La storia della Gran Bretagna nel XX secolo (per sintesi) è innanzitutto quella di una grande potenza coloniale, la maggiore del suo tempo, che affronta progressivamente la decadenza dell’imperialismo europeo, e nel corso di molti decenni, attraverso un periodo di convulsione e quasi di autodistruzione della civiltà europea, riconverte la sua collocazione politica ed economica nello scenario mondiale. Una trasformazione che, grazie alla solidità della cultura politica e delle istituzioni britanniche, avviene senza traumi devastanti e collassi, nel segno di una complessiva continuità. La lotta contro i totalitarismi in nome del modello liberaldemocratico, l’alleanza e la “relazione speciale” con gli Stati Uniti, l’introduzione dello stato sociale nel segno di un equilibrio tra socialismo riformista ed economia di mercato, la vocazione al ruolo di crocevia economico tra l’Europa e gli scambi planetari, l’apertura all’innovazione scientifico-tecnologica, ne sono i caratteri dominanti di lungo periodo.
Per il Regno Unito l’ingresso nel nuovo secolo è segnato dalla fine del lunghissimo regno della regina Vittoria e dalle ripercussioni interne e internazionali del conflitto anglo-boero in Sud Africa. I due eventi sono particolarmente rappresentativi di una cesura importante nella storia inglese. Termina un lunghissimo periodo di espansione internazionale, nel quale era stato consolidato l’impero coloniale e commerciale che aveva reso la Gran Bretagna la maggiore potenza mondiale, e si era consolidato all’interno il regime costituzionale parlamentare, con una riuscita transizione verso un ordinamento propriamente democratico e l’evoluzione del tradizionale bipartitismo whigs/tories in una nuova alternanza tra tories e liberali, le cui figure centrali erano state incarnate dalla leadership di William Gladstone (1809-1898) e Benjamin Disraeli (1804-1881).
Il Novecento si apre con il primo vero scacco alla politica di potenza britannica, al quale si unisce l’insoddisfazione sociale ormai diffusa delle sempre più numerose classi operaie. Sarà su questa base che tra il primo e il secondo decennio del XX secolo si verificherà un’ulteriore evoluzione del sistema politico inglese: non soltanto il ritorno al governo dei liberali, ma la nascita di un’alleanza “progressista” tra questi ultimi e il nuovo Labour Party, organizzazione politica socialista nata dalla rete del sindacato industriale. Con i governi di Herbert Henry Asquith (1852-1928), ma soprattutto con quelli guidati da David Lloyd George (1863-1945), il laburismo entrerà stabilmente nella dinamica della democrazia inglese, inserendo a pieno titolo, anche culturalmente, la prospettiva socialista all’interno di un orizzonte liberale, e articolando il bipartitismo in un sistema tripartitico che si rivelerà però sostanzialmente provvisorio: nel giro di pochi decenni, infatti, il partito laburista sostituirà in tutto e per tutto, come polo di sinistra del sistema, il declinante Partito Liberale, approdando per la prima volta con James Ramsay MacDonald (1866-1937) alla guida dell’esecutivo, pur se attraverso un periodo di transizione contrassegnato spesso da governi di coalizione eterogenei. Proprio sotto il governo Asquith, nel 1911 è varata una legge di fondamentale importanza che sancisce la netta cesura con un passato di regime elitario-aristocratico e caratterizza più nettamente la Gran Bretagna come democrazia: il Parliament Act, con cui i poteri di veto tradizionalmente propri della Camera dei Lords vengono drasticamente ridotti, dando una effettiva autonomia al governo e consolidando il potere democratico della maggioranza nella Camera dei Comuni. Intanto, in India nel 1909 e nel 1919 vengono varate riforme non meno significative, che aprono la strada alla rappresentanza politica e alla partecipazione alla pubblica amministrazione da parte degli abitanti della più grande colonia britannica; e nel 1921 è concesso all’Irlanda lo statuto di dominion, che le conferisce una certa autonomia.
È in questa fase evolutiva che la Gran Bretagna viene coinvolta nello scoppio della Grande Guerra, come alleata della Francia e della Russia nella Triplice Intesa contro gli imperi centrali. Nel dopoguerra, e alla luce dell’enorme mutamento dell’assetto europeo determinato dalla rivoluzione bolscevica in Russia, la politica internazionale del Regno Unito si trova stretta tra priorità diverse: il tentativo di ricostruire un equilibrio tra le potenze continentali, evitando sia il ritorno dell’imperialismo tedesco sia lo strapotere francese; la percezione della necessità di una ridefinizione dell’equilibrio mondiale su basi che superano il principio della mera potenza imperiale; la difesa del complesso di interessi legati alla propria eredità imperiale. A queste esigenze Lloyd George cerca di dare una risposta con la partecipazione alla ridefinizione dell’assetto continentale operata durante il trattato di pace di Versailles, e con l’appoggio al progetto del presidente americano Wilson per la fondazione della Società delle Nazioni. A complicare il quadro, sopraggiunge il fatto nuovo costituito dalla rivoluzione bolscevica in Russia, verso la quale la linea inglese sarà quella di una rigorosa contrapposizione (eccettuata la parentesi del primo governo MacDonald).
Nello stesso periodo, la Gran Bretagna si assume, insieme alla Francia, il delicato compito di guidare l’evoluzione politica del Medio Oriente dopo la fine dell’Impero ottomano, attraverso l’istituzione dei Mandati sui territori precedentemente soggetti a esso, nuovamente suddivisi, tra i quali agli inglesi spetta la gestione, oltre che dell’Iraq, della Palestina e della Transgiordania. In Palestina, in particolare, comincia a prendere corpo il conflitto tra i residenti arabi e gli ebrei rafforzati dalla cospicua immigrazione sionista, che la Gran Bretagna aveva scelto di sostenere con la dichiarazione del ministro degli Esteri Arthur James Balfour (1917), in cui si indica come obiettivo la formazione di un “focolare” ebraico in terra palestinese.
Con il delinearsi, sempre più marcato negli anni Trenta, di una netta divisione dell’Europa tra liberaldemocrazie e totalitarismo, la politica inglese si troverà sempre più divisa tra la tradizionale linea “multipolarista” della sua politica europea (espressa ancora dall’opera diplomatica dispiegata dal governo guidato da Neville Chamberlain (1869-1940) per la stipula degli accordi di Monaco del 1938) e la coscienza di un conflitto insanabile su base ideologica, in cui vengono trascesi i consolidati interessi internazionali britannici, mentre la struttura dell’impero coloniale comincia a scricchiolare sotto le campagne indipendentiste del Partito del Congresso Indiano, guidato da Gandhi. Un passaggio rappresentato esemplarmente dal cambio della guardia alla guida dell’esecutivo tra Chamberlain e Winston Churchill nel 1940, quando vengono sanciti il fallimento della politica dell’appeasement con la Germania hitleriana e la necessità di contrastare frontalmente l’alleanza nazifascista.
Dopo la guerra-lampo del maggio-giugno del 1940, che in poche settimane porta Hitler all’annientamento della macchina militare francese, e l’avventuroso trasbordo delle truppe anglo-francesi a Dunkerque, la Gran Bretagna rimane praticamente sola a fronteggiare l’avanzata tedesca, sotto una massiccia offensiva aerea che colpisce molto duramente la popolazione, ma non abbatte la ferma determinazione dell’intero Paese alla resistenza. L’attacco viene respinto soprattutto grazie all’aviazione britannica, che, nonostante l’inferiorità numerica, riesce a infliggere alla Luftwaffe, la forza aerea della Germania, perdite decisive. Intanto l’invasione tedesca della Russia, che rompe la solidarietà tra Hitler e Stalin sancita con il patto del 1939, e l’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti, mutano notevolmente la situazione sul terreno anche per gli Inglesi. La fase finale della guerra vedrà le truppe britanniche partecipare, insieme a quelle statunitensi e alle residue forze francesi, all’offensiva sul fronte italiano, allo sbarco in Normandia, e infine all’occupazione dell’Italia e della Germania sconfitte. In questo periodo Churchill cerca di mantenere al suo Paese un ruolo da protagonista tra le grandi potenze insieme alle nuove forze emergenti sul piano mondiale, quella statunitense e quella dell’Unione Sovietica. Negli incontri di Teheran e di Jalta, insieme al presidente americano Roosevelt e al dittatore sovietico Stalin, il premier inglese partecipa all’elaborazione di una divisione delle aree di egemonia in cui la Gran Bretagna avrebbe dovuto svolgere una funzione di Paese guida rispetto al continente europeo.
In realtà, la Gran Bretagna esce dal secondo conflitto mondiale estremamente provata dal punto di vista economico e sociale. Gli anni dell’immediato dopoguerra sono tra i più duri mai vissuti dalla popolazione da secoli, segnati dall’austerità e dai razionamenti che colpiscono anche i beni di prima necessità. Più in generale, la fine della guerra segna per la Gran Bretagna un momento di epocale cambiamento sia nella propria struttura politica e sociale, sia nella propria identità in politica estera. Dal primo punto di vista, nel 1945 le elezioni politiche vedono la sconfitta di Churchill (che guida il Paese durante la guerra in un governo di coalizione nazionale) e la vittoria dei laburisti di Clement Attlee (1883-1967). Ma, soprattutto, il nuovo governo laburista vara l’ambizioso piano di riforme sociali, teorizzato negli anni della guerra da lord William Henry Beveridge (1879-1963), che viene denominato del welfare state: un programma fondato sull’assistenza medica statale gratuita, sulla creazione di un solido sistema di istruzione pubblica e sull’intervento massiccio dello Stato in lavori di pubblica utilità, ispirato all’esempio delle politiche sociali già messe in pratica in alcuni paesi scandinavi, ma per la cui rilevanza la Gran Bretagna diventerà nei decenni successivi il punto di riferimento fondamentale per tutti i governi della sinistra riformista.
Dal punto di vista della politica estera, in quegli anni si compie il processo di indipendenza dell’India, che sfocia nella spartizione tra i due Stati dell’India e del Pakistan, e costituisce il più importante episodio della dismissione della potenza coloniale britannica, che già dal 1931 si è in parte trasformata in un’area di collaborazione politica e libero scambio economico, il Commonwealth. Contemporaneamente, prendendo atto della nuova era che si apre con il confronto serrato tra Paesi liberaldemocratici guidati dagli Stati Uniti e totalitarismo sovietico, la classe politica inglese nel suo insieme si indirizza con convinzione verso una strategia imperniata sul rafforzamento dell’alleanza tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale, e tra questi ultimi e gli Stati Uniti. È infatti innanzitutto il governo laburista britannico a chiedere agli Americani, abbandonando ogni incertezza neutralista della sinistra socialdemocratica europea, la permanenza della loro presenza militare in Europa a protezione delle democrazie del continente contro i rischi di invasione sovietica. Ed è l’ex primo ministro Churchill nel 1946 a rilanciare, riprendendo il progetto proposto insieme a de Gaulle nel 1940, l’idea dell’unità politica europea.
Il modello politico-economico del welfare state si consoliderà a tal punto in Gran Bretagna che anche quando, nel 1951, i conservatori torneranno al governo non ne aboliranno gli elementi fondamentali, che entreranno a far parte integrante e comunemente accettata del “paesaggio” politico-sociale britannico. Viceversa, la strada verso la nuova collocazione internazionale della Gran Bretagna si rivelerà non priva di contraddizioni e difficoltà. La strategia dell’unità europea, in primo luogo, non verrà perseguita con convinzione né dai laburisti né dai conservatori (incluso Churchill, che l’aveva lanciata), tanto che la leadership dei progetti europeisti sarà assunta alla fine degli anni Quaranta soprattutto dalla Francia, con il piano Schuman, e dall’asse tra Parigi, la neonata Repubblica Federale Tedesca e l’Italia. Il Regno Unito non aderirà né alla CECA (1951) né alla CEE (1957), e sceglierà di rimanere, sotto il profilo strategico generale ed economico, ai margini dell’area continentale europea, coltivando soprattutto le relazioni con i Paesi del suo Commonwealth, con quelli dell’Europa settentrionale e con gli Stati Uniti. Dal punto di vista della strategia politico-militare, poi, la promozione dell’Alleanza atlantica e la convinta adesione a essa non impediranno alla Gran Bretagna di continuare a tentare di giocare un ruolo di egemonia autonoma in alcune aree del globo, soprattutto nell’epoca in cui gli Stati Uniti, dopo la morte di Stalin e le prime caute aperture distensive della nuova dirigenza comunista sovietica, cominciano a perseguire una politica di dialogo diretto con l’Urss, abbandonando la concertazione tra i Paesi occidentali. Gli esiti più clamorosi di questa linea saranno l’attacco militare lanciato insieme alla Francia contro l’Egitto per forzare il blocco del canale di Suez (1956) – che termina con un grave scacco per le due potenze europee, soprattutto a causa della presa di distanza da parte degli Stati Uniti – e la decisione inglese di varare un proprio programma di armamento atomico indipendente da quello della NATO.
I tardi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si caratterizzano in Gran Bretagna come un’epoca in cui finalmente la ripresa economica del dopoguerra e la sicurezza sociale creata dal welfare state divengono palpabili, e si traducono in una società mobile, culturalmente vivace, percorsa da grandi spinte di rinnovamento. Sono gli anni che sfociano nella cosiddetta swinging London, il periodo in cui la capitale britannica diviene il centro pulsante di una frenetica creatività e di soluzioni innovative nell’arte, nella moda, nella musica, nella cultura giovanile, ben presto diffuse in tutto il mondo. Ma a partire dalla metà degli anni Sessanta, complice una situazione economica internazionale che evolve in senso recessivo e l’emergere, come in tutti i Paesi industrializzati occidentali, di una nuova forte conflittualità sociale intrecciata con le rivendicazioni di inserimento sociale da parte della numerosa generazione dei baby boomers, cominciano a manifestarsi i primi segni di logoramento del modello economico e politico che ha guidato la rinascita del dopoguerra, appesantito dai costi sempre meno sostenibili della burocrazia e dei servizi pubblici. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta il Paese continua a essere guidato prevalentemente da esecutivi a maggioranza laburista – con l’intermezzo conservatore del governo di Edward Heath (1916-2005) dal 1970 al 1974 –, ma il laburismo inglese sembra complessivamente aver perso gran parte della sua capacità di innovazione. Alla crisi economica si aggiungerà poi anche la recrudescenza del problema irlandese, iniziata nel 1967 con le sollevazioni del Nord ancora occupato dagli Inglesi, e che si trascinerà, tra attentati terroristici e moti di piazza, ancora nei decenni successivi.
Un segno delle incerte prospettive del periodo si può scorgere anche nel mutamento di atteggiamento da parte britannica sul processo di integrazione europea, culminato con la decisione di richiedere l’adesione alla CEE, della quale il Regno Unito entrerà a far parte nel 1973. L’ingresso nella Comunità non modificherà però nella sostanza la particolarissima e delicata collocazione del Regno Unito rispetto ai Paesi dell’Europa continentale, ancora sospesa tra la necessità di coltivare rapporti economici e politici e quella di mantenere altre sfere di collaborazione privilegiata e influenza a livello più ampio.
Il lento declino dell’insularità britannica e del welfare comincia ad assumere ritmi più sostenuti verso la metà degli anni Settanta, acuito dalla grande crisi economica mondiale innescata dall’embargo petrolifero arabo. L’economia britannica è sempre più in difficoltà, fondata com’è su una grande industria e un settore minerario ormai obsoleti, ma sostenuti dalla mano pubblica ad altissimi costi, e dagli ormai insostenibili oneri fiscali derivanti dal mantenimento dello Stato sociale, divenuto una macchina pletorica e sempre più inefficiente. L’enorme incremento della disoccupazione giovanile si traduce nel prevalere di un cupo pessimismo e di una disaffezione complessiva delle nuove generazioni nei confronti delle istituzioni. Se i primi anni Sessanta erano simboleggiati dalle gioiose melodie dei Beatles e dalla lussureggiante fantasia della nuova grafica pop, i medi e tardi anni Settanta sono racchiusi nell’estetica lugubre e rabbiosa della nuova musica punk, nel suo nichilismo iconoclastico, e nello slogan “no future” lanciato da John Lydon, cantante dei Sex Pistols.
È in questo contesto che va compreso il fondamentale spartiacque storico del 1979, quando le elezioni politiche vedono non soltanto la sconfitta rovinosa dei laburisti e il ritorno al potere dei conservatori, ma soprattutto l’avvento al governo di una personalità politica profondamente innovativa come quella di Margaret Thatcher (1925-2013). Il nuovo premier britannico si caratterizza immediatamente per una fortissima discontinuità rispetto all’assetto economico e sociale dominante nei decenni precedenti. Il suo disegno strategico è innanzitutto quello di rilanciare l’economia e di rivitalizzare la società britannica attraverso una terapia shock che prevede l’iniezione in dosi massicce della logica dell’economia di mercato in tutti i settori, e la soppressione di ogni isola di protezione corporativa e parassitaria. In questa direzione la Thatcher vara un programma di radicale revisione del modello del welfare state, che si traduce in un taglio deciso delle spese improduttive, e promuove una gigantesca liberalizzazione economica, sottraendo il sostegno pubblico a settori irrimediabilmente in crisi, e favorendo l’investimento di capitali privati, sia interni che esteri. I primi anni del governo thatcheriano sono caratterizzati da un fortissimo malcontento delle vaste categorie sociali colpite dall’ambizioso processo di ristrutturazione neoliberale (memorabile il lunghissimo sciopero dei minatori nel 1984, concluso con la vittoria del governo e il tracollo dell’ala operaista del laburismo). Ma già verso la metà del decennio appare chiaro che il Paese ha voltato la pagina più nera della sua crisi, e si avvia a diventare uno tra i principali protagonisti della nuova economia mondiale, che si sta orientando sempre più verso la globalizzazione degli scambi, e nella quale la Gran Bretagna ben presto si caratterizza soprattutto come leader nei settori delle alte tecnologie e del terziario avanzato. Come era avvenuto per il welfare state socialdemocratico più di trenta anni prima, anche il programma liberista della Thatcher si profila come il battistrada di un nuovo assetto della politica economica in gran parte dei Paesi altamente industrializzati, a partire dagli Stati Uniti di Reagan (1911-2004), dalla Cina di Deng Xiao Ping (1904-1997), dall’India degli anni Novanta.
Quando, nel 1992, un nuovo periodo di contrazione economica a livello internazionale spingerà gli stessi conservatori a defenestrare la Thatcher, sostituendola con il più moderato John Major (1943-), la rivoluzione thatcheriana sarà ormai compiuta e, anche in questo caso analogamente al welfare laburista, non facilmente reversibile. L’esigenza sempre più emergente nella società inglese sembra essere nel corso degli anni Novanta soprattutto quella di correggere il modello thatcheriano nel senso della promozione della mobilità sociale, della riconversione dei soggetti “deboli” nel mondo del lavoro, della rimodulazione del welfare secondo le esigenze di una società divenuta più frammentata e variegata. Mentre il partito conservatore si rivela paralizzato e incapace di gestire in questo senso l’eredità thatcheriana, al contrario i laburisti riescono a captare i mutamenti profondi avvenuti nella società britannica, emarginando decisamente la loro ala massimalista e socialdemocratica più tradizionalista, e promuovendo ai loro vertici la leadership del giovane Tony Blair (1953-), che orienta il partito in senso decisamente più liberale e favorevole all’economia di mercato, sancendo anche simbolicamente la discontinuità rispetto al passato con la denominazione New Labour e con l’elaborazione a livello culturale della strategia della “terza via”, intesa a innovare profondamente il significato delle nozioni di eguaglianza e giustizia sociale. Sicché, quando nel 1997 i laburisti, dopo quasi vent’anni di ininterrotto dominio conservatore, vincono le elezioni politiche, l’opera di governo di Blair si caratterizza immediatamente non tanto come il rovesciamento della rivoluzione thatcheriana, quanto come una sua assimilazione ed una sua evoluzione nel senso di un ampliamento “democratico” della libertà d’iniziativa economica e della concorrenza. Complice anche l’iniziale, e apparentemente travolgente, successo della new economy, cioè delle nuove imprese basate su internet, in Gran Bretagna si consolida una robusta classe media affluente, nell’ambito di un’economia caratterizzata da una costante mobilità, con disoccupazione ridotta praticamente a zero e notevoli prospettive di inserimento e ascesa da parte dei newcomers. Anche nell’assistenza sociale, nella scuola e nell’università Blair elimina le ultime sacche di inefficienza parassitaria, puntando in particolare sulla formazione professionale e sulla libertà di scelta delle famiglie tra proposte concorrenziali.
Nella politica internazionale, intanto, il governo Blair si connota per un nuovo protagonismo del Regno Unito nella mobile e incerta situazione internazionale seguita alla fine della guerra fredda. In particolare, davanti all’evidente inadeguatezza dell’ONU e dell’Unione Europea nei confronti dei conflitti etnico-nazionalistici esplosi nell’Europa dell’Est, soprattutto nella ex Jugoslavia, Blair e il suo ministro degli Esteri Robin Cook si pongono al fianco degli Stati Uniti a favore di un intervento militare della NATO in Bosnia e in Kosovo contro il regime nazionalcomunista del dittatore serbo Slobodan Milosevic, e in generale promuovono un’azione attiva di “ingerenza umanitaria” della comunità internazionale guidata dai Paesi liberaldemocratici occidentali nelle principali aree di crisi del mondo. Per quanto riguarda la costruzione europea, i governi Blair si sono caratterizzati per una sostanziale continuità con la linea tenuta dal Paese fin dagli anni Settanta, cioè quella di un’adesione limitata e condizionata, pur con qualche accentuazione iniziale di maggiore volontà integrazionista. Il Regno Unito, pur tenendo le cifre della sua finanza pubblica all’interno dei parametri indicati dal trattato di Maastricht, non ha aderito alla moneta unica europea. Negli ultimi anni, poi, di fronte all’emergere di dissidi di fondo tra i maggiori Paesi membri sui principi fondanti dell’integrazione e sulla politica internazionale, si è battuto per far passare una linea di maggiore autonomia degli Stati anche nel dibattito sulla “costituzione” dell’UE poi sullo sviluppo delle istituzioni comunitarie dopo lo stallo di quest’ultima.
L’inizio del XXI secolo ha visto la Gran Bretagna, ancora sotto la guida di Blair, mantenere e approfondire, sia all’interno sia verso l’esterno, la direzione di marcia intrapresa negli anni precedenti. In particolare, in politica estera la svolta drammatica imposta dall’attacco integralista islamico dell’11 settembre 2001 agli Stati Uniti e la successiva evoluzione delle tensioni nell’area mediorientale hanno rappresentato per la strategia blairiana un impegnativo banco di prova. Davanti alla determinazione del presidente statunitense Bush jr. a rispondere militarmente alla sfida islamista attraverso la guerra prima contro il regime dei talebani in Afghanistan, poi contro quello di Saddam Hussein in Iraq, e di fronte all’aperta dissociazione di molti Paesi europei – in primo luogo Francia e Germania – rispetto alla politica americana, il premier britannico ha scelto con decisione di partecipare all’impresa militare intrapresa dagli Stati Uniti, condividendo sostanzialmente l’idea che l’espansione dell’integralismo islamico può essere combattuta con successo dall’Occidente soltanto mediante un accresciuto impegno, politico e militare, nel contesto politico mediorientale, e un’azione costante di promozione, in esso, di uno sviluppo in senso liberaldemocratico.
1 – La struttura del governo Britannico
Il sistema politico del Regno Unito è un complesso di parlamentarismo, monarchia e democrazia, che convivono in un sistema pluripartitico.
Il Primo Ministro (PM) è il capo del governo; il potere esecutivo è esercitato dal governo; quello legislativo dalle due camere e dal parlamento, la House of Lords e la House of Commons. Il potere giudiziario è indipendente da esecutivo e legislativo.
Il Partito Conservatore cerca di rafforzare i valori e le istituzioni Britannici tradizionali. Le proposte del partito consistono nel miglioramento del sistema di richiesta asilo, in investimenti mirati a migliorare l’apparato difensivo Britannico, in misure che possano stabilizzare l’economia Britannica, favorendo al contempo la transizione energetica.
Il Partito Laburista è un partito politico Britannico di centro-sinistra. E’ un partito storicamente riconducibile alla socialdemocrazia e al socialismo democratico. La strategia laburista per la crescita è incentrata sulla riforma della politica industriale e delle procedure di pianificazione, con l’obiettivo di affrontare le questioni fondamentali che affliggono l’economia del Regno Unito, in particolare i tassi di investimento estremamente bassi. Il Labour si propone come il partito della creazione e ridistribuzione di ricchezza, puntando a migliorare il tenore di vita dei lavoratori.
La Monarchia del Regno Unito, conosciuta anche come Monarchia Britannica, è una monarchia costituzionale parlamentare. L’attuale monarca e capo di Stato, il Re Carlo III, è salito al trono alla morte di sua madre, la Regina Elisabetta II, l’8 Settembre 2022. Questa istituzione, cosi come la conosciamo oggi, è stata fondata nel 1215 con l’emanazione della Magna Carta Libertatum. Il monarca e la sua famiglia immediata svolgono varie mansioni ufficiali, cerimoniali, diplomatiche e di rappresentanza. Poiché la monarchia è costituzionale, il monarca è limitato dal parlamento e dalla costituzione, e ha funzioni imparziali come conferire onorificenze e nominare il Primo Ministro.
Sebbene l’autorità esecutiva formale sul governo del Regno Unito sia ancora del Re, tramite la prerogativa reale del monarca, questi poteri sono esercitati secondo le leggi emanate in parlamento e, in pratica, con i limiti di convenzioni e precedenti. Il monarca, per tradizione, è il comandante in capo delle forze armate Britanniche. Tuttavia, il suo ruolo nell’uso del potere è limitato da convenzioni e dall’opinione pubblica. In effetti, il monarca prende poca parte al governo. L’esercizio dei poteri formali del sovrano è quasi tutto delegato, per statuto o per convenzione, a ministri o a funzionari della Corona o ad altri enti pubblici. Questo sistema garantisce che il monarca mantenga un ruolo neutrale e imparziale nel governo del paese.
2 – La questione scozzese.
La nazione scozzese, così come è conosciuta oggi, si è formata nel corso del Medioevo. Il Regno di Scozia ha combattuto una serie di guerre di indipendenza contro il Regno d’Inghilterra tra il XIII e il XIV secolo. Le due monarchie furono in unione personale a partire dal 1603, quando Giacomo VI di Scozia divenne anche Giacomo I d’Inghilterra; le due nazioni vennero unite sotto un unico governo quando Oliver Cromwell fu dichiarato Lord Protettore del Commonwealth nel 1653, ma questo fu sciolto quando la monarchia venne restaurata nel 1660. I regni di Scozia e Inghilterra furono successivamente uniti per formare il Regno di Gran Bretagna con l’Atto di Unione del 1707. Nel 1800, con un altro Atto di Unione, il Regno di Gran Bretagna venne a sua volta unito con il Regno d’Irlanda a partire dal 1º gennaio 1801 per formare il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. La maggior parte dell’Irlanda ha lasciato l’Unione nel 1922, andando a formare lo Stato Libero Irlandese (poi divenuto Repubblica d’Irlanda); così, il nome completo dello Stato sovrano britannico oggi è quello di Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.
Il Partito laburista si impegnò per la home rule a favore della Scozia durante gli anni venti, ma il tema venne abbandonato dal suo programma negli anni successivi. Il Partito nazionale scozzese (Scottish national party, SNP) venne costituito nel 1934, ma fino agli anni sessanta non ottenne notevoli successi elettorali[1]. Un documento che chiedeva l’autogoverno per la Scozia, lo Scottish Covenant, venne firmato da 2 milioni di persone (su una popolazione di 5 milioni) alla fine degli anni quaranta. La home rule, diventata successivamente nota come devoluzione scozzese, non diventò una seria proposta che alla fine degli anni settanta, quando il governo del laburista James Callaghan subì la pressione elettorale dello SNP[1].
Lo Scotland Act del 1978 creò un’assemblea scozzese dotata di poteri devoluti dal centro, sospendendo l’entrata in vigore della legge all’approvazione del progetto mediante un referendum. Nella consultazione tenutasi l’anno successivo, una risicata maggioranza di voti venne espressa a favore della proposta, ma la normativa venne abrogata poiché non venne raggiunto un numero di voti favorevoli superiore al 40% degli aventi diritto come richiedeva la legge[2]. Nessuna ulteriore riforma costituzionale venne proposta fino a quando i laburisti tornarono al governo nel 1997. Un secondo referendum sulla devolution si svolse nel 1997. Una netta maggioranza votò a favore sia della creazione di un Parlamento scozzese sia della proposta che il Parlamento fosse dotato del potere di variare l’aliquota base dell’imposta sul reddito personale. Lo Scotland Act del 1998 stabilì la creazione del Parlamento scozzese, che venne eletto per la prima volta il 6 maggio 1999, con il potere di legiferare all’interno della Scozia sulle materie non riservate al potere centrale; l’impegno per indire un referendum sull’indipendenza della Scozia nel 2010 faceva parte del programma elettorale dello SNP per le elezioni parlamentari scozzesi del 2007. In quella tornata elettorale, il partito divenne il più rappresentato nel Parlamento scozzese e poté formare un governo di minoranza guidato dal leader Alex Salmond.
Al termine di un processo iniziato nell’agosto del 2007, quando venne lanciata una conversazione nazionale sul futuro della Scozia, il 25 febbraio 2010 il governo scozzese presentò una proposta, denominata Scotland’s Future: Draft Referendum (Scotland) Bill Consultation, contenente un documento di consultazione e la bozza di un disegno di legge per il referendum; il disegno di legge proponeva di sottoporre a consultazione popolare due quesiti, con il primo proposto in due versioni: per il primo quesito, la prima versione proponeva la piena devoluzione per la Scozia, con il Parlamento scozzese responsabile di “tutte le leggi, le imposte e le tasse in Scozia”, ad eccezione degli “affari di difesa ed esteri, della regolamentazione finanziaria, della politica monetaria e della moneta” che sarebbero rimasti di competenza del governo britannico; la seconda versione prospettava una riforma fiscale sul modello di quella elaborata dalla commissione del Parlamento scozzese sulla devoluzione, con il riconoscimento di responsabilità e poteri aggiuntivi alla Scozia in materia di tassazione. Il secondo quesito, infine, proponeva di estendere i poteri del Parlamento scozzese per consentire il raggiungimento dell’indipendenza della Scozia. Nel Parlamento scozzese, tuttavia, solo 50 membri (47 dello SNP, 2 verdi e una indipendente) su 129 appoggiavano la proposta.
Il governo scozzese dovette ritirare il disegno di legge, non avendo ottenuto il sostegno dell’opposizione.
Il Partito Nazionale Scozzese ribadì il suo impegno per il referendum nel programma per le elezioni parlamentari scozzesi del 2011. Pochi giorni prima delle elezioni, Salmond dichiarò che la normativa per il referendum sarebbe stata presentata nella “seconda metà della legislatura”, quando il Parlamento scozzese sarebbe stato dotato di maggiori poteri dopo l’approvazione di un disegno di legge sulla Scozia allora in discussione nel Parlamento britannico. Lo SNP ottenne la maggioranza assoluta alle elezioni, con 69 seggi su 129, guadagnando così un mandato per tenere un referendum sull’indipendenza.
Nel gennaio 2012, il governo del Regno Unito ha offerto una legislazione per fornire il Parlamento scozzese dei poteri di indire un referendum, purché questo fosse “giusto, legale e decisivo”: mentre il governo britannico lavorava sui dettagli legali della consultazione, compresa la tempistica del voto, Salmond annunciò l’intenzione di tenere il referendum nell’autunno del 2014. I negoziati tra i due governi proseguirono fino all’ottobre 2012, quando venne sottoscritto l’accordo di Edimburgo. La legge sull’elettorato attivo nel referendum, lo Scottish Independence Referendum (Franchise) Act 2013, venne approvato dal Parlamento scozzese il 27 giugno 2013 e ricevette il royal assent il 7 agosto 2013. Il 15 novembre 2013, il governo scozzese pubblicò un libro bianco di 670 pagine, dal titolo Scotland’s Future, che delineava le modalità attraverso le quali la Scozia sarebbe potuta diventare un paese indipendente.
La consultazione del 2014 è stata quindi frutto di un accordo tra il governo del Regno Unito e il governo scozzese, il cosiddetto Accordo di Edimburgo, firmato il 15 ottobre 2012 dal primo ministro britannico David Cameron, dal segretario di Stato per la Scozia Michael Moore, dal primo ministro scozzese Alex Salmond e dalla vice-primo ministro scozzese Nicola Sturgeon: lo Scottish Independence Referendum Bill, il disegno di legge per stabilire le modalità di svolgimento del referendum, venne presentato il 21 marzo 2013 e approvato dal Parlamento scozzese il successivo 24 novembre. Il 17 dicembre 2013 ha ricevuto l’assenso reale.
Si era dibattuto a lungo sul potere del Parlamento scozzese di legiferare su un referendum relativo all’indipendenza, materia che la costituzione britannica riserva al Parlamento del Regno Unito[9]. Il governo scozzese ha sostenuto nel 2010 di avere il potere per legiferare in materia, trattandosi allora di un “referendum consultivo sull’estensione dei poteri del Parlamento scozzese” che non avrebbe avuto “nessun effetto legale sull’Unione”. Lord Wallace ha sostenuto nel gennaio 2012 che un referendum concernente la costituzione sarebbe al di fuori del potere legislativo del Parlamento di Edimburgo e che i privati avrebbero potuto impugnare il progetto di legge del Parlamento scozzese; l’accordo di Edimburgo, firmato dal governo britannico e da quello scozzese, ha permesso un trasferimento temporaneo dell’autorità legale dal potere centrale alle autorità scozzesi. Conformemente all’accordo, infatti, il governo britannico elaborò un Order in Council che garantiva al Parlamento scozzese il potere necessario per tenere un referendum sull’indipendenza entro il 31 gennaio 2014. Il decreto è stato successivamente approvato con risoluzioni di entrambe le Camere del Parlamento britannico, e con il titolo The Scotland Act 1998 (Modification of Schedule 5) Order 2013 è stato approvato dalla Regina, seguendo il consiglio dei suoi ministri, in una riunione del Consiglio privato del 12 febbraio 2013.
La posizione ufficiale della monarchia è stata conforme alla tradizionale neutralità della Corona sugli affari politici del Regno Unito. Tuttavia, proprio alla vigilia del referendum la regina Elisabetta II, in una conversazione privata tenutasi in presenza della stampa che si assiepava all’uscita dalla cappella del castello di Balmoral, dichiarò che si augurava che la gente “pensasse con molta attenzione al suo futuro”.
3 – Perchè gli inglesi hanno fatto la Brexit.
Probabilmente, il cosmopolitismo è stato precorso dall’Inghilterra quando, i suoi marinai, cominciarono ad esplorare il mondo, andando per mare diedero proseguimento globale all’embrione della geopolitica di memoria romana: è convenzione accademica far coincidere l’inizio della geopolitica con la vittoria di Roma su Cartagine dalla quale scaturì la scintilla del più grande impero mai esistito, ovvero, il controllo capitolino del Mar Mediterraneo.
Dell’impero sul quale non calava mai il sole, l’osmosi culturale che osserviamo nella Londra di oggi deriva da un vero e proprio dominio sulle culture di volta in volta scoperte e soggiogate al volere della corona: dalle indie al sud Africa passando per il Medioriente per spingersi sulle coste mandarine, sotto la Croce di San Giorgio, hanno subito il volere di una cultura che mai si è rimodulata sulla base di contaminazioni di volta in volta conosciute mentre si pensava al prossimo approdo marittimo: il Commonwealth è stato un’autentica sottomissione e normazione di un rapporto di sudditanza con il Re o la Regina d’Inghilterra sino al momento del congedo che oggi potrebbe essere parafrasato come “parentale” poiché gli Imperi non abdicano mai!
Dagli accordi di Sykes-Picot ai vari protettorati commerciali per arrivare a dei porti franchi come Singapore ed Hong-Kong, da Londra il dominio si è acquarellato ma non è mai arretrato: i rapporti che oggi definiscono la cooperazione internazionale giacciono nel subconscio inglese come una loro volontà che deve essere accettata dalla controparte e mai come un rapporto alla pari: il portato psicologico è riassumibile e paragonabile come il rapporto tra Madre Patria e Stati Satellite fino all’avvento dell’Unione Europea.
L’imprinting neo continentale è la morte del dominio imperialista, non a caso, gli inglesi hanno sempre guardato con una punta di diffidenza verso il vecchio continente: stringendo il concetto, se la Francia è la potenza dell’Europa continentale perchè sempre sul continente ha concentrato le proprie attenzioni, l’Inghilterra è la potenza europea che per secoli ha sempre guardato fuori dalla terra europea.
Lo sgretolamento dei suoi possedimenti oltre mare ha fatto si che si siano dovuti reinventare un modo per stare al mondo: se prima erano i commercianti globali sono diventati i finanzieri globali o così hanno provato a fare; complici le politiche industriali e sociali coniugate, i sudditi di sua maestà si sono trovati un po’ in difficoltà poiché il loro portato antropologico narra un rapporto verticale tra classi e non una cooperazione orizzontale tra individui ed istituzioni; oltre ciò l’ultimo possedimento imperiale, la Scozia, tirava la giacchetta dei suoi governanti per distaccarsi dalla Madre Patria, proprio come tante altre ex-colonie: la terra crolla sollo Buckingham Palace ed all’indomani di un referendum dove per una manciata di voti, la Scozia non si dichiara indipendente dal Regno Unito: un colpo d’avvertimento che fa tremare il trono inglese poiché le principali motivazioni della linea indipendentista risiedettero proprio nel rifiuto delle politiche sociali ed economiche europee. Sua maestà, il Parlamento inglese cavalcato da un certo movimento politico, risveglia quel sentimento ancestrale dell’anima imperialista inglese per il quale, nessuno è alla pari della Madre Patria e quindi essa, ivi compresi i suoi sudditi, non sottostanno ad un cambiamento progressista “imposto” dalla cooperazione alla pari tra Stati membri.
Impauriti dal perdere anche l’ultimo tassello del più ampio impero che sia mai esistito, gli inglesi optano democraticamente per il “tirare i remi in barca” e stare sulla propria terra: dal più grande impero marittimo ad un pugno di para-finanzieri terrorizzati dal non poter più dare ordini a nessuno. Ed ecco la Brexit spiegata dal punto di vista irrazionale, ancestrale ed antropologico, ovvero, secondo il portato psicologico inconscio della collettività d’oltre manica.
Claudio Balice Lissoni
